Tu come stai?

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Capelli inquietanti e cani sullo sfondo (Fonte: http://Discografia.dds.it)

– Mi ha scritto Claudia…

– Che carina, che dice?

– Mi chiede come sto.

– Ah, gentile.

– Non saprei cosa risponderle… cioè, come sto.. sto bene, no?

Le conversazioni con Chiara non erano mai semplici. Me lo sentivo anche quella sera, mentre guardavo, non ricambiata, i rotolini di riso e salmone.

Il sushi nel piatto non aveva risposte, a quanto pare. Il cane russava in sottofondo.

– Non saprei, come stai?

– Te l’ho chiesto prima io.

– Che pignola. Stai bene?

– Non ci siamo capiti allora. Uno sta più o meno sempre bene, no?

– Io no, ho mal di stomaco. Sono stanca. E non dormo.

– Ok, ma non puoi ammorbare il prossimo così!!!

– Ma Claudia è un’amica, potrò dire come sto almeno alle amiche, no??

– Ma uno a queste domande non dovrebbe rispondere con un “bene-grazie-e-tu”?

– Non a Claudia. Claudia vuole davvero sapere come stai. Credo che la vera domanda sia.. tu lo sai come stai?

– Io sto sempre bene.

– Buon per te. Io mi lagno di continuo. Se qualcuno mi chiedesse se ho qualche hobby dovrei rispondere “lagnarmi”.

– Cosa significa, anche io sono sommersa di lavoro, ho mille preoccupazioni, sono perennemente stanca e ho una fastidiosa emicrania.

– E perché non lo dici?

– Perché dovrebbe interessare a qualcuno?

– Beh a me fa piacere saperlo. Mal comune…

– Mal comune… non risolvo i miei problemi se li dico.

– Tu con i proverbi non te la cavi, eh? Io penso che il punto sia un altro. Quanto spesso ci chiediamo come stiamo? Come ci fa stare una cosa?

– Tipo?

– Un qualsiasi evento. Una rispostaccia da un cliente, una frase acida da un genitore, una critica  da un’amica…

– E perché soffermarsi su queste piccole cose?

– Perché noi trascuriamo noi stessi e i nostri sentimenti. Spesso abbiamo la tendenza a far finta di niente su un sacco di eventi…

– Ma non ti puoi arrabbiare per tutto! Se no sai che mal di stomaco!

– No, io parlo solo di soffermarsi e dirsi… quando questa persona mi dice questa cosa o fa questa cosa, io come mi sento?

– E che utilità ha tutto questo?

– Ti faccio un esempio: sto leggendo un libro. La protagonista ha un figlio inutile, un marito al quale bisognerebbe sparare con una palla di cannone a pagina due, un’amica che esiste solo per criticarla e un amante che esiste solo per darle fastidio.

– Ho sempre pensato che gli amanti fossero un’inutile complicazione, questo me lo conferma.

– Sì, mi stupisce solo come lei riesca a passare sopra queste cose. Cioè, questo marito che gli fai il polpettone e si lagna perché non hai fatto il puré…

– Dovremmo mandartelo in riabilitazione a casa, dopo una settimana di tortellini e brodo di dado tornerebbe grato all’ovile!

– Che simpatia… dicevo, il marito rompe, l’amante sposa un’altra, l’amica sta sempre lì a rinfacciarle che ha molto da fare e io mi chiedevo…

– Perché non fa una strage?

– No, fa la segretaria di un avvocato la protagonista, sa cosa rischia…

– Con un marito così, punterei sulla semi-infermità.

– Mi chiedevo… ma se si chiedesse ogni cinque minuti “io come sto”… non lascerebbe il marito, manderebbe al diavolo l’amante e direbbe all’amica che tutto è fuorché un’amica???

– Vabbè, ma quello è un romanzo…

– E nella vita reale? Se ci chiedessimo più spesso come stiamo?

– Tu mi fai paura…

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Battiato e i suoi mantra  (Fonte Ghiandolapineale)

– Se diventasse un mantra… voglio dire, l’altra sera sentivo un’intervista a Franco Battiato e lui raccontava di un maestro che si è illuminato recitando semplicemente il mantra “io sono”…

– Dì al tuo amico Battiato se vuole venire a illuminarsi pulendo le zampate che il mio cane lascia in giro dopo aver bevuto dalla ciotola!

– No, guarda, per prima cosa gli farei vedere la pila di bucato che ho da stirare…

– Il tuo mantra è “io stiro”. Speri anche tu di illuminarti? Che ne dice Battiato? Funziona?

– E se il mantra diventasse “Tu come stai?”

– “Tu come viiiiiivi? Come ti troooovi? Chi viene a preeeenderti?”

Il cane di Chiara comincia ad abbaiare, visibilmente infastidito dalla canzone di Baglioni.

Io la guardo con aria supplice.

– Vedi??? “Anche il mio cane si fa forte. E abbaia alla malinconia. ” è come dice Baglioni! Altro che Battiato e i suoi mantra!

Dovevo ricordarmi che è innamorata pazza di Baglioni.

– Shhhhht! Non nominare Battiato che perdiamo un sacco di lettori se ne parliamo male!

– E tu non toccarmi Baglioni.

– Va bene. Comunque credo che il tuo cane abbia più che altro fame…

– E quando mai, quello ha sempre fame, il suo mantra è “mangiamoci sopra un biscotto”.

– Qui pare che ognuno abbia un mantra… ma nessuno si chiede mai come sta…

– Se lo chiedessi al mio cane ti direbbe “Fame!”Tra un mantra e l’altro non hai risposto alla mia domanda! Quindi tra Battiato e Baglioni cosa rispondo a Claudia?

– “Tu come stai? Domanda inutile, stai come me.”

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E come stai? Domanda inutile. (Fonte: Digilander)

– Cretina.

E ci scappa da ridere.

Noi non siamo i nostri voti

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Noi non siamo i nostri voti (fonte 27esima ora)

Non so, quella sera, se mi sono dimostrata calma e pacata per un atteggiamento mindful, di consapevolezza, o semplicemente perché l’abito da sera che indossavo poco si prestava alla rissa. Si stava chiacchierando di niente quando un medico attempato, ma non abbastanza da andare incontro al degrado cognitivo che talvolta può sopraggiungere, se ne uscì con un’affermazione che mi lasciò a bocca aperta.

“I voti dicono molto di una persona. Andare bene a scuola è importante.”

Non aveva nemmeno avuto la bontà di aggiungere un “secondo me”, ce l’aveva servita in tavola, questa verità, insieme ai ravioli di faraona, come se fosse assoluta e innegabile. Avevo cominciato a muovere nervosamente i piedi.

“In che senso, mi scusi?”A tavola i commensali si erano opportunamente estraniati dalla discussione, chi prevedendo l’andazzo, chi per disinteresse, chi, evidentemente, per familiarità col soggetto.

“Beh, è importante ad esempio laurearsi nei tempi e con voti alti.”

“Importante per chi, esattamente?”

Era intervenuto un commensale.

“E’ indice di bravura! Il nostro dottore, ad esempio, è riuscito a laurearsi nei tempi con un magnifico centodieci – mentre io – aveva chinato il capo con finta modestia– solo con un modesto cento otto”

“Che in medicina – aveva ribattuto il medico attempato – è un ottimo voto!”

Si erano scambiati un sorriso di intesa.

Io cominciavo a muovere le gambe sempre più nervosamente sotto il tavolo, impacciata dalla lunga gonna e dai tacchi alti.

“Dunque, c’è anche una classifica di lauree in cui i voti valgono di più o di meno?”
“Beh, non si può paragonare una laurea in medicina ad una in lettere…”

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L’importanza dei voti (fonte Io donna)

Il mio vicino di tavola si era alzato per andare a fumare. Penso che se non avesse fumato da anni avrebbe iniziato quella sera stessa pur di levarsi d’impaccio.

“Quindi esistono laureati di serie A e di serie B? Voti che contano di più e di meno? E chi l’ha stabilita esattamente questa classifica? E perché i voti sarebbero così importanti?”

Ero stata colpita da uno sguardo di benevola superiorità, era evidente che io con tutto il mio percorso scolastico compiuto nei tempi, sempre con il massimo dei voti, con il mio centodieci, la lode e la dignità di stampa, con il mio dottorato… della vita non avevo capito proprio nulla.

“Ma no nessuna classifica… certo una laurea in lettere è diversa. E i voti ci dicono molto di una persona” – (“bambina mia” era tra le righe, non era stato pronunciato ma c’era nella frase, lo sentivo) aveva tiepidamente proseguito il medico, con voce strascicata e annoiata, di chi spiega a un bambino recalcitrante per l’ennesima volta la stessa cosa.

“E cosa ci dicono esattamente?” Era evidente che malgrado il mio impeccabile curriculum scolastico ero così ottusa da non riuscire a capire.

“Ci dicono se una persona è costante, se si impegna e se sa stare alle regole…”

Il tempestivo arrivo del conto e l’alzarsi immediato dei commensali mi aveva salvato in tempo dalla rissa in abito da sera.

Tornata a casa con la cena  e tutte le risposte che si agitavano nello stomaco, mi ero messa inevitabilmente a pensare. Solo un paio di anni di lavoro a contatto con la scuola e in particolare con bambini e ragazzi con problematiche di dislessia (e annesse disgrafia e discalculia) e di ADHD (il famoso e già citato disturbo da deficit d’attenzione e impulsività) facevano di me una novellina del settore. Non potevo dare lezioni. Ma mi chiedevo… chissà se il nostro medico da centodieci e lode aveva mai visto da vicino un dislessico o un ADHD e sapeva come ci si sente a non riuscire ad essere “costanti”. A essere un po’”diversi” in classe. A non riuscire a stare in queste famose “regole”. A non riuscire a impegnarsi come gli altri. 

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Quando le lettere si incrociano (fonte Dsa

Lo sapeva, il medico laureato a pieni voti, quanto è bassa l’autostima in un bambino dislessico o ADHD? Quando avevo chiesto al mio gruppo di ragazzi delle medie, composto solo da DSA e ADHD, di dirmi ognuno una qualità avevo ottenuto un raggelante silenzio.

“Io non ho qualità”

“Io scrivo da schifo”

“Io leggo male e gli altri ridono”

E poi ancora un lungo silenzio. Mi erano venuti i brividi.

“Secondo voi”, avevo chiesto, “perché è così difficile dirmi una vostra qualità”?

Di nuovo un lungo silenzio.

“Perché tutti ci fanno sempre notare che non siamo capaci, che non siamo come gli altri”.

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Bollati in quanto “diversi” (fonte Castello di carta)

Caro medico-a-pieni-voti, lo sai tu cosa significa vedere le lettere che si intrecciano mentre cerchi di leggere ad alta voce e i compagni ridacchiano? Lo sai cosa significa essere presi in giro dai compagni perché “tanto tu hai la verifica più facile e più breve”? Lo sai cosa significa sforzarsi di scrivere i compiti mentre l’insegnante detta veloce nel caos della fine dell’ora e i numeri delle pagine si incrociano con quelli degli esercizi? Lo sai cosa significa non riuscire a stare in quel minuscolo banco e sentirti sgridare perché chiedi di andare a temperare una matita per sgranchirti? Sai cosa significa vedere le idee sfuggire, come sabbia tra le mani, mentre cerchi di esporle? Sai cosa significa vedere l’insegnante che si spazientisce perché tu ci metti un po’più tempo dei tuoi compagni a esprimere un concetto? Sai cosa significa essere sballottato per anni tra un neuropsichiatra e uno psicologo che ti sottopongono a tonnellate di test per poi dirti che forse ti devono dare un medicinale, così ti calmi un po’?

Caro medico, non intendo citarti la quantità di scienziati, musicisti, premi Nobel e imprenditori di successo che a scuola non ce l’hanno fatta col massimo dei voti o nei tempi giusti. Sarebbe banale. Gente che, nelle tue parole, non sa stare alle regole e non è costante, ha dimostrato che il mondo cambia proprio se alcune regole si rompono.

La vita, caro il mio medico-a-pieni-voti, ha mille sfaccettature che, malgrado i magnifici voti in anatomia, non sei stato in grado di cogliere e i voti, di una persona, non dicono proprio nulla. I tuoi pieni voti, infatti, sono vuoti di significato.

E allora tra tanti voti che hai preso, oggi te ne suggerisco io uno, citando i miei amati film.

Il voto del silenzio.

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Tra tanti voti, ne manca uno. (Fonte Scarlettwoman)

La verità mi fa male?

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La verità mi fa male? (Fonte Gocce di note)

Era iniziato tutto quando uno dei bimbi che seguiva il corso di mindfulness – d’ora in poi, affettuosamente, “nani” – aveva commentato: “Maestra, tu sei sempre calma”.

Mi ero istintivamente voltata. Con chi parlava il nano?

“TU maestra.” mi aveva detto il nano puntando un ditino sporco di cioccolata sull’ennesimo paio di jeans che avrei buttato a lavare dopo soli 45 minuti dall’averli indossati.

Pensai che fosse una frase carina, detta così, per consolare questa “maestra strana”, che entrava settimanalmente in classe per lavorare sul respiro e sui pensieri.

Poi però fu una ragazzina con cui lavoravo nel doposcuola, ben più grande e con un’attitudine meno affettuosa, a commentare che ero un tipo molto calmo.

Un amico osservò, acidamente, che io dovevo essere calma per contratto, anche se non lo ero. Dovevo fingermi calma, insomma.

E d’un tratto mi riportai ad un’animata discussione serale sull’importanza di essere onesti. Non il lavoro di Wilde, no, una certa idea che era emersa sul finire di una cena, secondo la quale dovremmo essere sempre onesti. Mi ero opposta strenuamente a questa ipotesi, perdendo forse la mia leggendaria flemma, perché io all’onestà tout court non credo assolutamente.

“E le maschere sul lavoro? Che mi dite delle maschere che ci mettiamo quando siamo al lavoro?”

“Quelle non sono maschere, al lavoro fornisci una mera prestazione”

Ripensai ai nani. Mera prestazione?

“Ma la fornirai tu! Io non mi porto la tristezza o il mal di stomaco dai miei nani!”

“Non c’entra. Il lavoro è lavoro, non si mettono maschere. Siamo pagati per fornire una prestazione, non per essere sorridenti. E siamo onesti quindi.”

Mi immaginai per un istante il mondo del lavoro senza maschere.

Nutrizioniste con i pazienti: “Ehi palla di lardo, hai finito con la saga del colesterolo? Guarda che se continui così quando ammazziamo il vitello grasso ti chiamiamo.”

Parrucchieri all’opera: “No, signora, non è il taglio che è sbagliato, è la sua faccia che è un Picasso.”

Professori ai colloqui: “Signora, il problema di suo figlio non è la disattenzione, è lei che è stupida.”

Un istante di brivido. La prima maschera la indossavamo ogni giorno sul lavoro.

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Chi siamo realmente? (Fonte Orizzonte 48)

“E nella vita sociale?”

“Ma di che maschera parli?”

“Cene, aperitivi, clienti… quelle cose lì”

“Io sono sempre onesto, in tutte le occasioni.”

Di nuovo la mia testa vagava. Cene, aperitivi, occasioni sociali. Se fossimo stati senza alcuna maschera…

“Tesoro, ho un’insonnia che non puoi capire, posso sedermi accanto a tuo marito a cena? Ho bisogno di qualcosa di forte per dormire.”

“Che cena deliziosa! Hai usato l’acqua Mar Morto per fare il brodo?”

“Ma che bello, hai portato tua moglie a cena! E la museruola dov’è?”

Un altro brivido.
Sono convinta che si debba cercare l’onestà. Ma sono altrettanto convinta che ci siano maschere che mettiamo continuamente.

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“Un’altra donna” (Woody Allen) e le maschere quotidiane. (Fonte Worldscinema)

Forse moderiamo la nostra onestà, non ci lanceremo in ululati di gioia per qualcosa che ci disgusta profondamente. Ma non siamo perennemente onesti.

Forse qualcuno si scoccia di chiamarle maschere. Ma non dire una cosa, è una maschera o no?

Ai bambini sembravo calma anche se ero preoccupata da mille cose. Era una maschera, era una prestazione lavorativa o un contenimento? Era il mio lavoro essere calma? Fingevo? Mi moderavo?

Avrei voluto trovare la parola giusta.

E poi mi chiedevo, ma la verità fa così bene? Ripensai al film Florence, in cui la protagonista muore per un “eccesso di verità”. Ma quale verità poi, se ognuno ha la sua?

Diciamo la verità per fare il bene del prossimo, ma siamo sicuri di sapere il suo bene? Se il nostro è solo un punto di vista sulla verità, perché esprimerlo? Cosa ne sappiamo noi del bene degli altri?

In un corso avevamo parlato di “La banalità del male” di Hannah Arendt. A volte basta essere inconsapevoli per fare del male. Altre volte basta essere convinti di sapere cosa è il bene. Per l’altro. Quando diciamo una verità, la nostra verità, perché lo facciamo? Per essere onesti con noi stessi? Con gli altri? E se questa onestà facesse male a qualcuno, e noi ne fossimo consapevoli, dovremmo lo stesso utilizzarla?

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Il piacere dell’Onestà (Fonte Anobii)

Il dubbio, il dilemma tra vero e falso e il tema delle maschere, mi riportavano a Pirandello.

“Gli uomini non sono che maschere di una festa senza felicità” scrive Vigorelli in “La scoperta dell’uomo”. “

“Maestra…”

Un ditino sporco di marmellata puntava il mio nuovo (per poco) paio di jeans.

“Tu per Carnevale ti sei messa la maschera?”

Prima di rispondere mi chiesi… conoscevo ancora”Il piacere dell’onestà”?

La rosa purpurea del Cairo

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Fonte Woody-Allen.org

– La posso chiamare maestro?

– Maestro? Ma maestro di cosa?

– Ma non saprei, di vita forse…

– Gesù, non saprei proprio… non vorrei sembrarti scaramantico, ma per voi cattolici i maestri in genere non superano i 33 anni… cioè, è vero ecco che io li ho superati, però è anche vero che talvolta non mi sento tanto bene…

– Ho visto un film che mi ha fatto riflettere. E volevo parlarne con lei.

– Beh questo mi fa piacere, buon per te, voglio dire chissà quanto tempo libero, insomma…

– Il film è La rosa purpurea del Cairo.

– Oh sì, uno dei miei preferiti.

– Ecco. Io ogni tanto mi chiedo cosa sia vero e cosa finto. Forse tanto varrebbe entrare in una pellicola come la protagonista e viverci dentro.

– Gesù… e bere champagne che in realtà è gazzosa? Usare soldi di carta finti?

– Sì. E cenare al Copacabana tutte le sere.

– Recitando sempre lo stesso copione? In una realtà bidimensionale? Ma ragazza mia, perché qualcuno dovrebbe volere una cosa simile? Non mi sembra questo il messaggio del film!

– E allora qual è il messaggio del film?

– Ma io non ne ho la minima idea. Forse il fatto che i film servono solo a sognare, che i sognatori avranno sempre una consolazione?

– Finendo a mantenere mariti fedifraghi e fannulloni? Io non credo sia questo il messaggio.

– Forse hai guardato troppi film e cominci anche tu a cascarci dentro.

– Sì, ma guardi la protagonista… appena cerca di frequentare l’attore, anziché il personaggio, ecco che viene tradita e mollata. Non è meglio vivere nel sogno?

– Con un uomo bidimensionale?

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Uomini e attori (fonte Den of Geek)

– Ma anche, come dice una delle attrici, “un uomo buono, che sarà sempre uguale a se stesso”. Chi non desidera queste qualità alla fine?

– Anche il marito della protagonista sarà sempre uguale a se stesso, non credi?

– E’diverso.

– Oh io non direi! È solo che è scomodo. Ma la finzione non fa che replicare la realtà. Infatti mi stai parlando di un film dentro un film. Di uno scollamento tra persona e personaggio.

– Il che però ci capita tutti giorni. Ognuno è una persona e un personaggio. Quindi che cos’è la finzione?

– Un rifugio per sognatori forse…

– Come in Midnight in Paris?

– Ad esempio… sì, anche se quello ci dimostra che per quanto fingiamo possiamo non essere mai contenti. Ci sarà sempre una finzione più affascinante in cui vorremmo vivere.

– Ma secondo lei è possibile accettare la realtà?

– E –e- lo chiedi a me? Ma si può sapere perché mi fai tutte queste domande?

– Beh… lei è il mio “tutto quello che avreste voluto sapere”!

– Sembri un libro stampato. Anzi sembri un film stampato. Sembri una pellicola impressionata. Mi fai impressione!

– Ad esempio, se una persona ci tradisce, secondo lei, era finta prima e abbiamo scoperto la vera persona? Oppure le persone cambiano?

– Che razza di domanda eh? Ma com’è che parliamo solo di crimini e misfatti? Di amore e guerra? Di mariti e mogli?

– Nulla di simile. A volte ci si può sentire traditi anche dalle amiche.

– E quella è la realtà, mia cara, ci sono un sacco di criminali da strapazzo in giro.

– E torniamo al punto. Come capire ciò che è vero da ciò che è finzione?

– Penso che se non ti metti a vivere nello straordinario, ovvero nei film, tu non possa far altro che vivere nell’intra-ordinario. Nelle cose di tutti i giorni. Nelle più piccole. Altrimenti uno si esilia dalla realtà.

– E lei crede che si possa vedere la vera natura di una persona?

– Io credo che avrò bisogno di parlarne col mio analista. E forse anche tu dovresti parlarne col tuo… anzi potrei darti il numero del mio… è bravo credimi. Ci andava anche la mia ex moglie, voglio dire, prima di sposarlo, insomma… cosa stavi dicendo?

– La natura delle persone…

E qual è la natura delle persone? Voglio dire cosa ti aspetti di scoprire nelle persone?

– Non saprei, l’ho chiesto prima io.

Certo che se ti aspetti che le persone abbiano una natura fissa e qualcosa che varia, la vita diventa difficile. Cioè, io non credo ci sia un nucleo fisso, cristallizzato, credo che ognuno di noi sia tanti pezzi che cambiano continuamente. Siamo pur sempre persone e personaggi. E come tali siamo fatti di accordi e disaccordi.

– Sì, di ombre e nebbia. Ma dai, sembra stia citando una filmografia!

Ombre e nebbia. Questo credo sia la realtà.

– E la finzione allora?

La finzione… basta che funzioni. È il finale Hollywodiano che abbiamo sempre sognato.

– Ci deluderà?

Solo quando ne usciamo.

– Dunque conviene scegliere. O stiamo per sempre nella realtà o scegliamo la finzione. Oscillare tra i due mondi non conviene.

Tanto la realtà la vediamo con un paio di occhiali offuscati. Oppure siamo ciechi alla realtà.

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Fonte Seesound

– E quando siamo ciechi alla realtà la realtà diventa migliore della finzione? Come in Hollywood ending? è questo il suo messaggio, maestro?

Gesù, è mezzanotte, non lo so qual è il messaggio! E smettila di chiamarmi maestro. Mi fai venire l’ansia da resurrezione!

– E come dovrei chiamarla?

Chiamami Woody o signor Allen ma smettila di chiamarmi maestro.

– Lei non si chiama Woody però, si chiama Allan o Heywood da quando ha cambiato! Nemmeno il suo nome è reale!

Oh , ancora con questa storia. Che ne sai tu di realtà che stai qui a fare un’intervista di fantasia?

– Beh, non parliamo di lei che sta qui a rispondermi… vabbé, si è fatto tardi. Andiamo a cena al Copacabana?

Solo se c’è la gazzosa al posto dello champagne però. Non mi trovo tanto a mio agio nella realtà.

– Come tutti, credo.

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Fonte Pinterest

Tutti dicono enneatipo

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I nove enneatipi (fonte Terapia Gestalt)

– Io l’articolo sulle Bananarama non sono sicura di averlo capito bene.

– Ovvio, sei il tipico nove.

– Ecco, lo sapevo. Adesso ricominci con quella cosa che dai i numeri.

– Io non do i numeri! E tu sei un avvocato, dovresti saperlo!

– Sì che dai i numeri. Quello è un sette, quello un dieci e quello un ventiquattro.

– Sì, come no, e quella è una cinquecento.

– La macchina?

– Io non so se posso parlare con un nove come te.

– Vedi che ricominci? Fai il gioco del sottotipo!

– ENNEATIPO!!!!

– E io che ho detto? È quel giochino dei numeri e delle personalità?

– GIOCHINO? È una cosa serissima! Si parla di tre tipi di personalità, emotivo, istintuale e mentale, che si declinano ognuno in tre tipologie e ogni tipologia ha 3 sottotipi.

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Chi ha portato l’enneagramma in Europa (fonte Macrolibrarsi)

– Non ho capito.

– Perché sei un nove.

– Cioè? Tre volte tre? Un quattro più un cinque? Un tre più sei?

– Al massimo un caso disperato.

– Daiiiiiii…!

– Se vuoi capirne di più vieni meartedì 24 alle otto.

– Ma alle otto parli dell’enneatipo nove?

– Molto divertente. Alle otto faccio il balletto delle Bananarama.

– Ecco ma le Bananarama che sottotipo sono?

– ENNEATIPO!!

– Come sei pignola. Esiste l’enneatipo pignolo?

– Certo che esiste!

– E qual è?

– Non il tuo, a occhio.

– Daiiii!

– Te lo dico solo se fai il balletto delle Bananarama.

– Io non ballo.

– Lo vedi che sei un nove?

– Uffa con ‘sti numeri. Cosa devo portare?

– Te stessa e la tua testa.

– E il sottotipo?

– Il sottotipo te lo dico solo se ti vesti come le Bananarama.

Siete avvertiti lettori.

Martedì 24, ore 20. Per sapere dove mandateci una mail a: pastgroup@outlook.it.

Per spiegare alla mia amica Chiara, ma anche a tutti noi, l’enneatipo delle Bananarama, il nostro enneatippo e perché l’enneatipo nove non farà mai il balletto delle Bananarama. Vi aspettiamo!

Sing!

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Devi tirare fuori il fuoco! (Fonte Starzip)

E niente, non mi veniva in mente. Avevo preso quattro aerei durante le vacanze natalizie. Durante ogni volo, puntualmente, chiudevo gli occhi e scrivevo mentalmente un post per il blog. Poi non lo so, sarà stato il mojito oppure la quantità immorale di aglio presente nell’alimentazione ma al rientro non ricordavo bene quello che volevo dire.

Avevo però capito che il 2017 non sarebbe stato un anno normale quando mi sono svegliata il 9 gennaio canticchiando “Luglio col bene che ti voglio”.

Il 10 le cose sembravano prendere una strana piega. Tornavo a casa dopo aver visto per la prima volta nella vita la scritta “-7” riferita alla temperatura (e non mi ero ancora trasferita a Montréal, come dicevo da anni). Vestita con più strati di una cipolla di origine geneticamente modificata, indossavo i miei occhiali tondi e dorati che mi illudevo mi facessero somigliare a Freud (in segreto speravo mi facessero somigliare a Nicole Kidman in Eyes Wide Shut ma non potevo confessarlo a nessuno). Sarà stata la quantità illegale di profumo che avevo addosso grazie alla titolare della mia profumeria preferita. Sarà stato che il profumo sapeva di sale e acqua di mare, ma avevo messo su “Cruel summer”e avevo iniziato a cantare, saltellando come le Bananarama e sognando di comprarmi una salopette anni ’80.

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“La signora della corsia 6. è stata FANTASTICA! (Fonte Youtube)

Mi ero fermata. Mi sentivo come Rosita, una delle protagoniste del film d’animazione “Sing”, che balla da sola nella corsia del supermercato. Il film mi faceva pensare a qualcosa ma non sapevo cosa. L’aglio della vacanza aveva spento i neuroni e annichilito i miei sensi.

Avevo però delle domande che tornavano insistentemente. Mi chiedevo se tutti noi, a volte, ci sentiamo diversi da come vogliamo apparire. Da come gli altri si aspettano che siamo. Se sentiamo di aver tradito le nostre o le altrui aspettative.

Forse in ognuno di noi si nasconde una Rose, casalinga frustrata con un marito che si accorge di lei solo quando la perfetta organizzazione di casa si incrina.

Devi tirare fuori il fuoco!

Forse ci comportiamo in maniera saccente e procediamo nella vita incuranti dei pericoli come il topo Mike, solo per nascondere che non ci sentiamo all’altezza. Forse come Meena, l’elefantina timida, ci prodighiamo in mille lavori e facciamo grandi torte sperando che qualcuno ci veda.

“Non lasciare che la paura ti impedisca di fare ciò che ami.”

Forse come il gorilla Johnny vorremmo solo essere accettati per quello che siamo, soprattutto dalle persone che ci stanno accanto. Magari ci è successo quello che è successo ad Ash, piantata da un porco(spino) incapace di confrontarsi con il suo grande talento.

“Sai qual è il bello quando tocchi il fondo? Che poi ti resta una sola direzione in cui andare. Ed è in su!”

Le frasi del film si infiltravano nella mia testa. Mi chiedevo quante volte la nostra attenzione è rivolta all’esterno, agli altri, a ciò che è “fuori”da noi. Mi chiedevo perché il mondo ci impone un ottimismo fatto di buoni propositi e cambiamenti rivolti all’esteriorità e all’estetica.

Forse il mio proposito di cambiamento per il 2017 era non avere buoni propositi. Niente nuovo taglio di capelli, niente addominali a tartaruga, niente dieta.

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“It’s a cruel (cruel) summer, leaving me here on my own.” (Fonte: Youtube)

Nel 2017 mi proponevo di abbandonare l’ottimismo patinato delle riviste. Era tempo di ritrovare il fuoco che sembrava spento. Di smettere di cercare di rispondere alle aspettative altrui e cominciare a guardarsi dentro. Era tempo di essere ciò che volevo essere.

Era tempo di ballare nella corsia del supermercato.

Mentre scrivevo le mie riflessioni, il video di “Cruel summer” era finito e in sottofondo c’era un concerto live. Decisi di indagare riaprendo la schermata di Youtube. Mi apparvero due cinquantenni sul palco, forse un tantino stonate, ma spettacolari nelle loro paillette e tacchi a spillo. Sotto di loro una folla oceanica cantava “Cruel summer”.

Erano le Bananarama in un concerto di Sydney nel 2016.

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Bananarama live in Sydney, 2016 (Fonte Youtube)

Ehi! Erano FAVOLOSE!!

Mi sono alzata dalla scrivania, ho alzato il volume e mi sono rimessa a ballare, lasciando il post incompleto. Imitavo i passi del loro balletto. Un passo a destra, uno a sinistra, uno avanti, uno indietro. Un-due-tre-quattro. E di nuovo.

Proposito del 2017 era andare avanti e vivere. In 33 anni erano migliorate anche le Bananarama. E che fuoco avevano tirato fuori! C’era molto più fuoco che nel 1983!

Mi misi a ridere.

E niente, alla fine mi era venuto in mente di cosa volevo parlare.

Di ottimismo.