Lentamente muore

  • Per il mio corso di recitazione ho un monologo da preparare. Hai qualche suggerimento sulla parte da interpretare?

Quando la mia amica Alessandra mi ha chiesto un parere, sono rimasta perplessa. A casa mi hanno guardata sogghignando. “Certamente Woody Allen ha qualcosa che fa al caso suo”. Ho liquidato la famiglia con uno sguardo di superiorità e, senza raccogliere la provocazione, le ho chiesto: se tu non fossi tu, che  personaggio ti sentiresti?

Ci siamo guardate in silenzio per qualche istante. Ho cominciato a pensare, se fosse successo a me, che parte avrei voluto interpretare? Il mio pensiero oscillava tra Rossella O’Hara, Goldie Hawn ne Il club delle prime mogli e la protagonista di Blue Jasmine.

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L’irreprensibile enneatipo tre sociale di Blue Jasmine (Film  di Woody Allen, serve dirlo? Fonte Movie)

Tutte possibili versioni del mio enneatipo (per ulteriori dettagli sull’enneatipo potete dare un’occhiata qui).

 

  • Che enneatipo sei tu?
  • Secondo te?
  • Il mio.
  • Appunto.
  • Perché non interpreti qualcosa di completamente diverso allora?
  • Sì, in effetti sto lavorando proprio per scrollarmelo di dosso questo enneatipo.
  • Che ne pensi allora della fobica indecisa Annie, di Io e Annie? Che ne pensi di Cecilia, l’inguaribile sognatrice de La rosa purpurea del Cairo? O di Linda, la prostituta naïve di La dea dell’amore?
  • Tu cosa sceglieresti?
  • Oh.. Pearl, di Interiors.

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    Pearl in una scena del film (Fonte Blogspot)

La risposta mi uscì senza nemmeno doverci pensare.

  • Raccontami… gli atri li conosco ma questo Woody non l’ho mai sentito.
  • Beh, la protagonista di Interiors é questa donna malata di perfezionismo che opprime marito e tre figlie con la sua rigidità, le sue ossessioni. Una che si veste solo di beige e arreda le case solo in beige. è arredatrice di interni e cambia di continuo i mobili di casa perché non trova mai l’arredo perfetto per la casa perfetta. E lo fa anche con le case delle figlie.

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    Geraldine Page in Interiors (Fonte Sevenponds)
  • Simpatica!
  • Già. Il marito la lascia e si mette con Pearl, una che si veste sempre di rosso (e pensa che Allen odia il rosso!) e che è rumorosa, vivace, esuberante. Pearl cucina, mangia troppo condito, canta, balla…insomma un inno alla vita.

Ci guardammo per un istante, ognuna immersa nelle sue riflessioni. Cominciai a pensare al concetto di fedeltà a se stessi. Qual era la differenza tra coerenza con se stessi e staticità? Eravamo fedeli a noi stessi o ad un’idea cristallizzata di noi stessi?

Di nuovo mi tornò in mente Allen, in Mariti e mogli, “Se non cambi, non cresci. Ti accartocci e basta.”

Cambiare era sinonimo di incoerenza o di crescita sana? Chi cambia idea, carattere, comportamento… è infedele a se stesso? Qual è la linea di confine tra fedeltà e cristallizzazione?

Mi chiesi se quel desiderio che sentivamo Alessandra ed io di uscire dalla nostra parte per entrare in qualcosa di completamente diverso era una ricerca di noi stesse, una fuga da certi difetti quali l’ambizione, il perfezionismo, la paura del giudizio altrui.

Mi venne in mente uno psicologo che alla radio aveva raccontato di una paziente che nei momenti di stress comprava dei tailleur da donna in carriera che puntualmente non indossava in favore di abiti più comodi e consoni a lei. Quando si trovò a fare un colloquio con un’azienda molto importante andò nel panico. E lo psicologo le disse “Non ci vada lei, ci mandi l’altra, quella che compra i tailleur. Ne indossi uno e reciti la parte dell’altra.”

Un consiglio paradossale, è ovvio, ma che mi aveva sempre fatto riflettere. Se certe situazioni le avessi vissute come Pearl anziché come Blue Jasmine o il solito personaggio, come mi sarei sentita? Se avessi esplorato certi aspetti di me che desideravo ma che avevo paura di trovare, cosa sarebbe successo alla mia vita?

Spesso con la mindfulness utilizzavo la tecnica della compassion imagery, lavorare sulle situazioni immedesimandomi in un personaggio compassionevole. I miei studenti ridevano del fatto che proponessi Samantha Jones di Sex and the City come persona non giudicante e compassionevole, eppure questo li faceva riflettere a fondo sul nostro lato compassionevole e su come tirarlo fuori. E se avessi cominciato a tirare fuori anche il mio lato più “Pearl”? Se avessi provato ad affrontare alcuni momenti della vita con un vestito rosso e più salsa sull’arrosto? Se avessi adottato lo stile di Pearl quando dice “Sentite, si vive una volta, ma una volta basta, se te la godi.”?

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Maureen Stapleton è Pearl (Fonte Interiorator)

Mi venne in mente un caro amico architetto che usciva solo con colleghe architetto. Un giorno mi mostrò le foto: erano tutte bionde, con le lentiggini, la stessa età e persino un lieve strabismo convergente. Era una cosa angosciante. Lo guardai e gli dissi “Cosa sei, una specie di serial killer?”

“Dici che dovrei provare ad uscire con un medico dai capelli castani, senza lentiggini?”

  • Alla fine cosa hai portato come monologo?
  • … dopo le nostre riflessioni ho optato per una poesia
  • Bello! Quale?
  • Lentamente muore.
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Martha Medeiros (fonte Martha Medeiros)

“Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti.” (Martha Medeiros)

  • Ale? Sei libera venerdì?
  • Sì, perché?
  • Ho un amico architetto con il quale vorrei scambiassi due parole.
  • Ottimo! Andiamo a cena?
  • Sì. Indosserò un vestito rosso per l’occasione, mi accompagni a comprarlo?
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Effetto wow

  • Come no, ancora un po’di burro che mette in quella salsa e ti fanno un’angiografia gratis…
  • Sei noiosa. È arte!

Chiara ed io eravamo immerse in uno dei nostri dibattiti serissimi. In quel caso si parlava di una trasmissione di cucina per l’appunto.

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Misha Soukias, chef e protagonista di “Effetto wow” (Fonte: Ascolti tv )
  • Ma daiii, Quattro ore per la pasta al pomodoro? Ma questo non ce l’ha una famiglia??? Gente che si siede attorno alla tavola e vuole mangiare?
  • Ascolta, si chiama “Effetto wow”, ma cosa ti aspettavi, la Parodi che sbrodola anche per la pasta al forno?
  • Mah, io questa cosa dell’”effetto wow” non la capisco.
  • Quando è stata l’ultima volta che hai detto “wow”?
  • Domenica ero a casa a guardare la tua trasmissione, il cane russava sull’altro divano e l’aspirapolvere girava indisturbato mentre io mi mettevo lo smalto.
  • Vita eh?
  • Perché tu invece? Eri al party di lancio del sequel di Sex and the City?
  • Uhm…
  • Visto che ti piace tanto, ti farò la stessa domanda che fa il tuo amico chef, quand’è stata l’ultima volta che hai detto “wow”?
  • … l’ultima volta che ho detto “wow” avevo messo la cera sul parquet e poi avevo passato la lucidatrice.
  • Ecco, è arrivata la reginetta della casa pulita con l’aspirapolvere al posto dello scettro. Siamo diventate due persone noiose. Anzi, a leggere i tuoi racconti, io lo sono sempre stata…

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    è tutto qui l’effetto wow? (Fonte: Amazon)

Ci pensai su qualche istante. Cosa significa oggi “effetto wow” ? Abbiamo ancora voglia di effetto wow nella nostra vita?

La settimana scorsa, ad esempio, mi trovavo a casa a gestire degli operai che foravano un muro di cemento armato (e le mie orecchie peraltro) impolverando poeticamente il salotto con un effetto neve che sarebbe stato delizioso.

Se non avessi avuto una decina di ospiti in arrivo per le cene pre-natalizie. Gli ospiti avrebbero certamente gradito la neve FUORI casa, piuttosto che dentro.

Quando il mio capo mi iscrisse di forza al corso di contabilità non potei fare a meno di pensare “wow”.

Quando la signora dietro di me a teatro si accorse, dopo due ore di spettacolo, che non c’era una bambina in scena ma una bambola, pensai “wow”.

Quando un collega ad un pranzo mi chiese se avevo capito di cosa mi stavo occupando al lavoro, pensai “wow”.

Quando mi ritrovai unica donna in una conferenza di energumeni balcanici, pensai “wow”.

Quando al pranzo di dipartimento i colleghi si misero a parlare di calcio e film porno, pensai ancora “wow”.

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Il famoso carrello porta-vivande pieno di ravioli fatti in casa.

Quando Chiara vide un intero carrello portavivande pieno di ravioli fatti a mano (dalla sfoglia al ripieno) disse “wow”. (Anzi, anche di più,  disse“sono commossa”).

Quando il cane di Chiara imparò a non scuotere la ciotola della cena in giro per casa per attirare l’attenzione, lei disse “wow”.

Quando Chiara, dopo l’ennesimo attacco sgarbato di un collega, mollò una riunione chiudendo il pc con un colpo secco, dicemmo tutti “wow” (in realtà forse quel giorno ci fu anche un’eclissi).

Mi chiesi se, crescendo, avevamo perso il concetto di wow. La famosa magia del Natale, lo stupore, gli occhi che brillano. A parte il tipico raffreddamento di dicembre, cosa era ancora in grado di farci brillare gli occhi? Le famose piccole cose? Le piccole gioie quotidiane? Eravamo passati con l’età adulta al “chi si accontenta gode?” O, come diceva Ligabue, “chi si accontenta gode, così così”?

Dopo aver sognato una vita a metà tra “Il Diavolo veste Prada” e “Sex and the city” e averne viste le relative tristezze, ogni tanto mi capitava di annoiarmi sul divano, in mancanza di un wow. Vero o fittizio, non avrei saputo dirlo.

Avevo ancora voglia di wow? Avevo ancora voglia di “trucco&tacco”?

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Un tipico aperitivo tra amiche? Un improbabile effetto wow? (Fonte: Daily Mail)

Non trovavo risposta alla mia domanda e vagavo per casa alla ricerca di qualcosa da pulire in vista del Natale. Le ruotine del sopraccitato carrello portavivande attirarono la mia attenzione.

Con metodo (e muscolo) decisi di dedicarmici.

In sottofondo mi facevano compagnia Bing Crosby, Perry Como, Dean Martin e Frank Sinatra. Ogni tanto faceva capolino Doris Day.

Quando riemersi mi sembrava di uscire da weekend lungo. Un braccio aggranchito, le rotelline esattamente come 20 minuti prima ma mi sentivo riposata e serena.

Cos’era successo? Non avevo fatto nulla di particolare, avevo solo sgombrato la mente. Ero stata nel presente, nel qui e ora. Avevo pulito le mie rotelline e basta.

Avevo lasciato andare il pensiero del pranzo di dipartimento, del corso di contabilità, della pasta fresca, della zuppiera d’argento che tendeva più al rame al momento.

Wow.

Era così semplice avere un effetto wow? Cosa aveva reso così “wow” quel momento?

E se con l’età (e la maturità) l’effetto wow si trasformasse nel super potere di essere presente alle proprie azioni? E se mi fossi improvvisamente risvegliata perché “certe notti sei sveglio, o non sarai sveglio mai”.

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Effetto NOW. (Fonte Pinterest

E se il vero effetto wow, il brillare degli occhi, il godersi le piccole cose dipendesse tutto dalla presenza nel qui e ora?

E se il vero effetto wow fosse in realtà l’effetto “NOW”?

 

Tu che m’hai preso il cuor…

Di solito questo blog non affronta questioni di cuore. Tanto più che la sottoscritta ha collezionato più fallimenti di Liz Taylor e non è dunque in grado di dare consigli. Questa volta però, visto che si parla di consapevolezza di sentimenti, almeno secondo me, ho deciso di trasformarmi in una specie di Donna Letizia e rispondere al povero Vito.

Qui di seguito il link del Corriere da cui è tratta la vicenda: La 27 ora- la sequestratrice del cuore

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 La 27 ora- la sequestratrice del cuore

In breve, Vito, 43 anni, si innamora di S., carina e in gamba, di poco più giovane. Sono piuttosto felici e contenti, malgrado qualche difficoltà legata ad una “vita precedente” del protagonista. La provincia italiana e un po’di problematiche familiari, li spingono a cercare “un posto al sole”. Trovato il quale, proprio sul più bello, quando c’è una casa con tre camere e tre bagni che li aspetta, S. si tira indietro. Forse stanca delle lotte passate, forse impaurita dal cambiamento, decide che la storia è finita. “Sparita e dissolta” nelle parole di Vito. Quando Vito prova ad andarla a trovare sul posto di lavoro lei lo redarguisce “Ecco lo stalker.” Vito, sorpreso e amareggiato, chiede alla rubrica del Corriere di istituire un reato “sequestro di cuore”, per impedire questa altalena diabolica tra carnefice e vittima.

Caro Vito,

la tua lettera, per ragioni che di ragionevole hanno ben poco, mi ha fatto pensare ad una serie di canzoni lontane nel tempo. Da “Tu che m’hai preso il cuor, sarai per me il solo amor” fino a “Vipera, (…)colei che oggi distrugge tutti i sogni miei”.

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Una vera femme fatale la nostra S. ? (Fonte https://8tracks.com)

Possiamo avere consapevolezza dei nostri sentimenti? Come facciamo a capire che una storia è finita? Serve interrogarsi sul “perché” della sua scelta? Serve inchiodare e incriminare il malfattore? Serve recriminare sulle sue azioni? Non sono un avvocato, caro Vito, ma ascolto spesso un’amica che dice “ma quelle donne che rinfacciano al marito di aver rinunciato alla carriera per lui… perché lo fanno? È stata una scelta d’amore, in quel preciso momento quelle erano le condizioni! Perché tirarlo fuori ora? Che utilità c’è? Erano scelte condivise e d’amore… perché recriminare?”.

A te Vito, faccio la stessa domanda. Certo, a posteriori probabilmente ti consiglierei di proteggerti, di surgelare il cuore in modo da non farti ferire. Ma comprendi anche tu che non è una scelta possibile quando si è innamorati. Né credo che S. sia una sorta di protagonista di Grandi Speranze, che avvicina gli uomini per spezzare loro il cuore.

 

9788804623236_0_0_735_75Trovo curiosa l’accusa di S. di essere uno stalker: se ci pensi, negli anni dominati da un vero stalker come Christian Grey, mi sarei aspettata che S. cadesse ai tuoi piedi all’istante. In un universo femminile che ha acquistato 150 milioni di copie delle “Cinquanta sfumature di grigio”, mi sorprende che tu abbia trovato l’unica che non apprezza un uomo deciso, che, non più adolescente, si rimette in gioco e ha il coraggio di mettere da parte l’orgoglio per presentarsi sul posto di lavoro.

Vale la pena rimuginare sul passato? Forse solo per capire: non è che S. era una sorellastra e tu le hai infilato a forza la scarpetta credendola Cenerentola perché volevi il lieto fine? Non c’erano dei segnali che facevano presagire che S. non era pronta per il grande balzo?

Forse l’unica cosa che posso consigliarti è di provare a capire meglio le dinamiche della tua mente, per non incorrere nuovamente nello stesso errore. Forse siamo tutte sedie zoppe e cerchiamo un tassello che ci requilibri. Magari con la consapevolezza possiamo rendercene conto e superare questa condizione.

Se mi permetti, caro Vito, concluderò con un’ulteriore canzone del buon tempo antico che mi cantava sempre la mia nonna quando ero piccola. (nella versione del Quartetto Cetra: http://lyricstranslate.com/it/quartetto-cetra-oho-aha-ciao-lyrics.html )

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Il mitico Quartetto Cetra (Fonte: Wikipedia)

“Oho! Aha!

Molto piacer mi fa

se l’ultimo mio amore

fa i capricci e se ne va.

Oho! Aha!

È una felicità;

so che un amore nuovo un dì

più bello nascerà.”

Il sorpasso

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Lo storico film di Dino Risi, Il sorpasso (Fonte criterion)

Non so come sia cominciata.

Forse l’ambizione, forse una certa arroganza. Forse semplicemente la competitività innata. Un giorno mi ero messa a cucinare.

Niente di così sconvolgente, obietterà il lettore. Infatti, ma la sottoscritta vanta un’iscrizione pluridecennale al club degli scansafatiche in cucina e una laurea honoris causa in Esegesi dei surgelati. Sono una persona per cui l’unico tatuaggio potrebbe essere “se-lo-ha-cucinato-qualcuno-va-meglio”. Quindi per me era effettivamente qualcosa di sbalorditivo.

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Un master in marmellatologia? Proprio quello che mi serve! (Fonte donnamoderna.com)

Forte del nomignolo “l’inarrestabile”, che mi aveva affibbiato mio padre all’Università, con una determinazione d’acciaio -un po’ridicola se applicata alla cucina – mi ero cimentata in una serie di ricette. Non erano complicate, mi bastava qualcosa in grado di colpire il mio uditorio. Armata di sorriso modesto dicevo cose tipo “Oh, compri ancora il burro? Io lo faccio in casa, lo trovo più delicato come sapore”.

E così, come nello storico film di Risi, sfrecciavo a tutta velocità e a tutta arroganza sulla mia corsia di sorpasso. Una ricetta dopo l’altra. Il burro, il pane, la marmellata, la conserva di pomodoro, la pappa al pomodoro, la soupe à l’oignon (“è meglio cercare la ricetta in francese, la versione italiana non rende bene, viene troppo pesante”).

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La celebre soupe à l’oignon (Fonte French country food)

Ambiziosa, determinata, stanca morta di questa battaglia immaginaria, ricaricavo le energie ogni volta che qualcuno si stupiva e mi guardava con ammirazione. Come nel film, ogni volta ripartivo, aumentando la velocità, determinata al sorpasso.

Poi una sera qualcuno aveva dichiarato a cena “Sai, una volta ho mangiato una torta alla rosa guarnita con i petali di rosa candita, una cosa deliziosa.”

Mi erano cadute le posate di mano. E con loro era caduta anche la mia maschera di chef. C’era qualcuno nel mondo reale che CANDIVA I PETALI DI ROSA???

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La torta della discordia (Fonte Lottovolante)

A chi volevo darla a bere? Ero riuscita a buttare quattro cipolle in pentola e a tirarne fuori una zuppa mangiabile ma non sarei mai riuscita a candire una rosa! Non sapevo nemmeno che si mangiassero i petali di rosa canditi!

Dalla corsia di sorpasso mi ero ritrovata bruscamente in corsia di emergenza con le quattro frecce e l’autostima in panne.

  • Torta di rose candite eh? – Chiara rifletteva ad alta voce.
  • … ti rendi conto?
  • Mah, con i pesticidi che ci sono in giro mi sembra un’ottima idea. Se mi dai la ricetta me la appunto per farla assaggiare a mia suocera…
  • Scema.
  • Va bene, va bene, hai scoperto che nel mondo c’è gente che fa le rose candite, e quindi? Pensi di fare Harakiri secondo la tradizione giapponese?
  • Vedi è che io mi sento come in quella puntata di Sex and the City… – attaccai.
  • Ecco, io lo sapevo che c’è una puntata di Sex and the City per ogni evento della nostra vita. Avanti, cosa succede nella puntata? Qualcuno muore per una rosa candita?
  • Scusa, così sarebbe una puntata di NCIS o di Criminal minds, non di Sex and the City.
  • Giusto, deformazione professionale. Quindi??????
  • Carrie, la protagonista, è gelosa della nuova fiamma di mr. Big, una top model giovane e bellissima…

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    Top model sì, ma non così perfetta. (Fonte Buzzfeed)
  • … che fa torte di rose candite? Dalle torto….
  • No! Che sembra sempre perfetta in ogni occasione, che sembra esistere solo per farla sentire inferiore…
  • Non ti seguo, ma vai avanti.
  • Finché le arriva uno schiaffone morale perché questa top model la invita ad una cena di beneficienza ma poi non si presenta….
  • E ci credo, a forza di candire rose avrà un brutto esaurimento…
  • … però le manda un biglietto di ringraziamento per essere intervenuta alla serata.
  • Ecco, ora mi sono definitivamente persa.
  • MA… qui arriva il bello!
  • Non tenermi sulle spine, troppa suspense nuoce alle mie coronarie.
  • Il biglietto contiene un errore di grammatica e la protagonista commenta che nemmeno la top model è così perfetta come sembra!
  • OOOOOH CHE SORPRESA! Quindi, vuoi dirmi se il canditore di rose (o la canditrice) dopo la sua impresa, avesse inscatolato le suddette con la scritta “ROSSE CANDITTE” oppure “POSE CONDITE” ti sentiresti meglio?

Ci pensai per un istante.

  • No, in effetti no.
  • Bene, il soggetto mantiene una parziale lucidità mentale.
  • Non sei consolante.
  • Amica, benvenuta nel mondo. Volevamo tutti essere una top model di Victoria’s Secrets, Perry Mason, Carlo Cracco. Ma siamo UMANI!! Metterti in corsia di sorpasso con il mondo non è normale! Non lo è nemmeno citare puntate di Sex and the City per ogni evento della propria vita, ma tralascerò questo dettaglio. Voglio dire, sei passata dai surgelati alle crostate con la pasta frolla -fatta in casa – e la marmellata – fatta in casa – non ti basta?

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    Un’indimenticabile Bette Midler in “The Stepford Wives” (Fonte Pinterest)

Chiara fece una pausa.

  • Non sei uno stupido robot!!

D’un tratto la sua frase mi catapultò nel passato. Avevo preso un brutto voto a scuola e piagnucolavo, dispiaciuta di aver incrinato la mia “perfezione” scolastica.

  • Sono molto contenta, sai?

Al telefono la voce lenta e pacata della mamma di Chiara aveva fermato le mie lacrime. Rimasi in silenzio ad ascoltarla.

  • Sono contenta perché solo i robot non sbagliano. Allora non sei un robot. Bene, perché a me i robot non stanno affatto simpatici.

Rimasi con il fazzoletto in mano. Per la prima volta nella vita mi sentivo accettata per quello che ero e la tensione verso la perfezione si era smorzata.

  • Senti Carrie Bradshaw,  questo caffè me lo fai?

La voce di Chiara, calma e pacata come quella di sua madre, mi riportò alla realtà.

  • Subito!
  • Hai raccolto i chicchi a mano in Brasile, li hai essiccati, tostati e macinati a mano?
  • No, ho quasi dato fuoco alla moka, ho bruciacchiato il guantone e abbrustolito mezza cucina.
  • In tal caso ne prenderò due tazze, grazie.

Per la seconda volta nella mia vita sentii di potermi forse rilassare.

Cruel summer. Ovvero l’estate delle aspettative tradite.

Doveva essere iniziato tutto quando la mia amica Pi (metto una sigla così Chiara non mi sgrida dicendo che rendo le mie amiche riconoscibili) ed io ci eravamo incontrate per sognare ad occhi aperti la nostra estate in barca a vela.

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aspettative e realtà (Fonte Pinterest)

Sulle note della mia amata “Cruel summer”, rapidamente diventata suoneria dei rispettivi cellulari, ci eravamo immaginate come le ragazze di un video girato a Ibiza: il vento nei capelli, i costumi sfavillanti, un bicchiere di vino in mano e via a veleggiare verso isole dai nomi impronunciabili e mari cristallini. L’aspettativa era decisamente eccessiva, io avevo imprudentemente sorvolato sui miei problemi relativi agli oggetti semoventi. non biasimatemi, stridevano un po’con il sogno.

Per il mese di luglio la visione si era rapidamente trasformata: sulla barca a vela non saltellavamo Pi ed io, di saltellante c’erano solo tre guarnizioni e due pistoni del motore. La messa in piega perfetta era stata sostituita da tre valvole piegate. Al gruppo di amici sorridenti si erano sostituiti tre burberi meccanici del tutto privi di sex appeal. Al capitano, col fascino di Sean Connery in “Caccia a Ottobre rosso”, si era sostituito un uomo distrutto che, come regalo di compleanno, aveva ricevuto una lista di conti da pagare lunga come l’elenco telefonico di Milano nei primi anni ’90.

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Capitani coraggiosi o uomini distrutti? (Fonte: Cinemamente)

Non fa nulla, ci eravamo dette. Il mare ci aspettava comunque. Poi non so cosa era andato storto ma anziché fare faville nei locali alla moda e fulminare con sguardo accattivante i surfisti, il motore del gommone che doveva trasportarci di baia in baia aveva preso fuoco e la lavastoviglie della casa al mare aveva un fusibile fulminato.

Una riflessione era d’obbligo.

Sì, potevamo forse definirla un’estate parecchio sfortunata come inizio, ma il sole e il mare non ci mancavano. Quando a causa di tutti i cataclismi mi ritrovai con la mia impeccabile tenuta da marinaretta (maglietta a righe, shorts bianchi e mocassini di tela) tra le montagne austriache con 14 gradi, mostrai qualche perplessità. C’era qualcosa di crudele in questa estate. La suoneria del cellulare si era rivelata predittiva.

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Dove ho sbagliato? (Fonte: Pinterest )

Il culmine lo raggiunsi quando, alla fine della vacanza, mi trovai “imprigionata” per un corso in un paese da cento anime, tra salite inerpicanti e discese ripidissime.

Niente brindisi in barca a vela, solo la sottoscritta che, munita di ipod, arrancava sotto un sole rovente per un cammino ideale da percorrere a dorso di mulo – se non siete voi il mulo.

Le amiche – lontane, beate loro – mi incoraggiavano.

“Camminare non è un problema per te, sei abituata a Milano!”

Certo. A Milano però l’asfalto è stato steso in piano e non come qui, con dislivelli di 200 metri ogni 200 passi. A Milano ci sono negozi, locali e fermate della metropolitana. Per una persona priva di senso dell’orientamento e dotata di memoria puramente visiva come la sottoscritta, i tre giorni si rivelarono un incubo. Mi orientavo con muri colorati, cani che abbaiano, filari di viti e piantagioni di aglio (i villici avevano certamente sventato il pericolo di vampiri… e anche di troppi esseri umani).

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Ma perché io? (Fonte: Costalissoio)

Il giorno in cui una signora della via principale decise di raccogliere dei particolari fiori gialli del suo giardino, quelli che indicavano dove dovevo girare, sbagliai strada. Mi fermai accanto ad una statua con sguardo smarrito. La statua sacra levava gli occhi al cielo e mostrava i palmi delle mani come a dire “Si può sapere come hai fatto a perderti qui?”.

Le lanciai uno sguardo di riprovazione pensando che almeno lei una indicazione avrebbe potuto darmela, di grazia.

Mentre strisciavo cercando di riportarmi sulla strada principale, evidentemente priva di esseri umani o auto, il mio ipod ironizzava suonando “Isn’it romantic”. Rimproverai mentalmente Tony Bennet, chiedendogli cosa ci poteva essere di romantico nella visione della sottoscritta stanca e sudata, alla quale mancava solo la gerla per essere un perfetto mulo da soma.

Mi fermai di colpo: che ne era della ragazza in bikini che sorseggia vino a bordo di un’elegante barca a vela??

A pensarci bene la mia aspettativa era un tantino eccessiva. Era risaputo presso amici e parenti che qualunque oggetto semovente non strettamente radicato a terra costituiva un serio problema per il mio stomaco e per chiunque mi stesse accanto.

Forse erano le aspettative il vero problema dell’estate.

Mi ricordai allora di una mia corsista che mi aveva raccontato come avesse appreso il vero significato del “qui e ora” da sua figlia, di anni quattro. Preparavano insieme le valigie e, mentre la madre pensava al mare, lei canticchiava una canzoncina sulla bellezza di fare le valigie per partire. Conclusa la vacanza, in auto, mentre tutti pensavano al ritorno e al lavoro, lei aveva intonato una canzoncina sulla bellezza di tornare alla propria casa.

Durante i miei tre giorni di corso un maestro aveva appunto detto “il vero ritiro è non avere aspettative”.

Le sue parole mi accompagnavano nel viaggio di ritorno. Rientrata a casa scesi gli scalini per entrare in salotto mentre il mio ipod ironizzava nuovamente con il sottofondo di “Hello, Dolly”. Non ero esattamente Barbra Streisand nel suo ingresso trionfale da Maxim’s a Parigi, sembravo più che altro il solito mulo da soma pallido, sudato e carico di bagagli. Anziché salutare i camerieri di Maxim’s uno ad uno, io salutai le ragnatele di polvere, l’argenteria ossidata e le piante moribonde (altra aspettativa tradita, lo stupido sistema di irrigazione non aveva funzionato).

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Tra aspettative e realtà (Fonte: Sky )

Anziché interloquire con Louis Armstrong e i camerieri di Maxim’s, ne parlai con Chiara.

  • Te l’avevo detto che le vacanze stancano da morire.
  • Che ne sai tu? L’ultima volta che hai fatto vacanza in edicola vendevano ancora il Corrierino dei Piccoli.
  • Cretina. Troppi spostamenti, bagagli e aspettative deluse. E poi vuoi sapere una cosa?
  • Parlami, ti prego, maestro.
  • La barca a vela oscilla troppo per i miei gusti.

Fummo interrotte dal cellulare.

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Una canzone per ogni stagione (Fonte: MTV)

 

  • Cos’è sta lagna?
  • La mia nuova suoneria.
  • Che canzone è?
  • Estate, di Bruno Martino.
  • Chi???? E che dice?
  • “Odio l’estate.”

Tu come stai?

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Capelli inquietanti e cani sullo sfondo (Fonte: http://Discografia.dds.it)

– Mi ha scritto Claudia…

– Che carina, che dice?

– Mi chiede come sto.

– Ah, gentile.

– Non saprei cosa risponderle… cioè, come sto.. sto bene, no?

Le conversazioni con Chiara non erano mai semplici. Me lo sentivo anche quella sera, mentre guardavo, non ricambiata, i rotolini di riso e salmone.

Il sushi nel piatto non aveva risposte, a quanto pare. Il cane russava in sottofondo.

– Non saprei, come stai?

– Te l’ho chiesto prima io.

– Che pignola. Stai bene?

– Non ci siamo capiti allora. Uno sta più o meno sempre bene, no?

– Io no, ho mal di stomaco. Sono stanca. E non dormo.

– Ok, ma non puoi ammorbare il prossimo così!!!

– Ma Claudia è un’amica, potrò dire come sto almeno alle amiche, no??

– Ma uno a queste domande non dovrebbe rispondere con un “bene-grazie-e-tu”?

– Non a Claudia. Claudia vuole davvero sapere come stai. Credo che la vera domanda sia.. tu lo sai come stai?

– Io sto sempre bene.

– Buon per te. Io mi lagno di continuo. Se qualcuno mi chiedesse se ho qualche hobby dovrei rispondere “lagnarmi”.

– Cosa significa, anche io sono sommersa di lavoro, ho mille preoccupazioni, sono perennemente stanca e ho una fastidiosa emicrania.

– E perché non lo dici?

– Perché dovrebbe interessare a qualcuno?

– Beh a me fa piacere saperlo. Mal comune…

– Mal comune… non risolvo i miei problemi se li dico.

– Tu con i proverbi non te la cavi, eh? Io penso che il punto sia un altro. Quanto spesso ci chiediamo come stiamo? Come ci fa stare una cosa?

– Tipo?

– Un qualsiasi evento. Una rispostaccia da un cliente, una frase acida da un genitore, una critica  da un’amica…

– E perché soffermarsi su queste piccole cose?

– Perché noi trascuriamo noi stessi e i nostri sentimenti. Spesso abbiamo la tendenza a far finta di niente su un sacco di eventi…

– Ma non ti puoi arrabbiare per tutto! Se no sai che mal di stomaco!

– No, io parlo solo di soffermarsi e dirsi… quando questa persona mi dice questa cosa o fa questa cosa, io come mi sento?

– E che utilità ha tutto questo?

– Ti faccio un esempio: sto leggendo un libro. La protagonista ha un figlio inutile, un marito al quale bisognerebbe sparare con una palla di cannone a pagina due, un’amica che esiste solo per criticarla e un amante che esiste solo per darle fastidio.

– Ho sempre pensato che gli amanti fossero un’inutile complicazione, questo me lo conferma.

– Sì, mi stupisce solo come lei riesca a passare sopra queste cose. Cioè, questo marito che gli fai il polpettone e si lagna perché non hai fatto il puré…

– Dovremmo mandartelo in riabilitazione a casa, dopo una settimana di tortellini e brodo di dado tornerebbe grato all’ovile!

– Che simpatia… dicevo, il marito rompe, l’amante sposa un’altra, l’amica sta sempre lì a rinfacciarle che ha molto da fare e io mi chiedevo…

– Perché non fa una strage?

– No, fa la segretaria di un avvocato la protagonista, sa cosa rischia…

– Con un marito così, punterei sulla semi-infermità.

– Mi chiedevo… ma se si chiedesse ogni cinque minuti “io come sto”… non lascerebbe il marito, manderebbe al diavolo l’amante e direbbe all’amica che tutto è fuorché un’amica???

– Vabbè, ma quello è un romanzo…

– E nella vita reale? Se ci chiedessimo più spesso come stiamo?

– Tu mi fai paura…

ghiandolapineale.blogspot.it
Battiato e i suoi mantra  (Fonte Ghiandolapineale)

– Se diventasse un mantra… voglio dire, l’altra sera sentivo un’intervista a Franco Battiato e lui raccontava di un maestro che si è illuminato recitando semplicemente il mantra “io sono”…

– Dì al tuo amico Battiato se vuole venire a illuminarsi pulendo le zampate che il mio cane lascia in giro dopo aver bevuto dalla ciotola!

– No, guarda, per prima cosa gli farei vedere la pila di bucato che ho da stirare…

– Il tuo mantra è “io stiro”. Speri anche tu di illuminarti? Che ne dice Battiato? Funziona?

– E se il mantra diventasse “Tu come stai?”

– “Tu come viiiiiivi? Come ti troooovi? Chi viene a preeeenderti?”

Il cane di Chiara comincia ad abbaiare, visibilmente infastidito dalla canzone di Baglioni.

Io la guardo con aria supplice.

– Vedi??? “Anche il mio cane si fa forte. E abbaia alla malinconia. ” è come dice Baglioni! Altro che Battiato e i suoi mantra!

Dovevo ricordarmi che è innamorata pazza di Baglioni.

– Shhhhht! Non nominare Battiato che perdiamo un sacco di lettori se ne parliamo male!

– E tu non toccarmi Baglioni.

– Va bene. Comunque credo che il tuo cane abbia più che altro fame…

– E quando mai, quello ha sempre fame, il suo mantra è “mangiamoci sopra un biscotto”.

– Qui pare che ognuno abbia un mantra… ma nessuno si chiede mai come sta…

– Se lo chiedessi al mio cane ti direbbe “Fame!”Tra un mantra e l’altro non hai risposto alla mia domanda! Quindi tra Battiato e Baglioni cosa rispondo a Claudia?

– “Tu come stai? Domanda inutile, stai come me.”

digilander.libero.it:
E come stai? Domanda inutile. (Fonte: Digilander)

– Cretina.

E ci scappa da ridere.

Noi non siamo i nostri voti

27esimaora.corriere.it
Noi non siamo i nostri voti (fonte 27esima ora)

Non so, quella sera, se mi sono dimostrata calma e pacata per un atteggiamento mindful, di consapevolezza, o semplicemente perché l’abito da sera che indossavo poco si prestava alla rissa. Si stava chiacchierando di niente quando un medico attempato, ma non abbastanza da andare incontro al degrado cognitivo che talvolta può sopraggiungere, se ne uscì con un’affermazione che mi lasciò a bocca aperta.

“I voti dicono molto di una persona. Andare bene a scuola è importante.”

Non aveva nemmeno avuto la bontà di aggiungere un “secondo me”, ce l’aveva servita in tavola, questa verità, insieme ai ravioli di faraona, come se fosse assoluta e innegabile. Avevo cominciato a muovere nervosamente i piedi.

“In che senso, mi scusi?”A tavola i commensali si erano opportunamente estraniati dalla discussione, chi prevedendo l’andazzo, chi per disinteresse, chi, evidentemente, per familiarità col soggetto.

“Beh, è importante ad esempio laurearsi nei tempi e con voti alti.”

“Importante per chi, esattamente?”

Era intervenuto un commensale.

“E’ indice di bravura! Il nostro dottore, ad esempio, è riuscito a laurearsi nei tempi con un magnifico centodieci – mentre io – aveva chinato il capo con finta modestia– solo con un modesto cento otto”

“Che in medicina – aveva ribattuto il medico attempato – è un ottimo voto!”

Si erano scambiati un sorriso di intesa.

Io cominciavo a muovere le gambe sempre più nervosamente sotto il tavolo, impacciata dalla lunga gonna e dai tacchi alti.

“Dunque, c’è anche una classifica di lauree in cui i voti valgono di più o di meno?”
“Beh, non si può paragonare una laurea in medicina ad una in lettere…”

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L’importanza dei voti (fonte Io donna)

Il mio vicino di tavola si era alzato per andare a fumare. Penso che se non avesse fumato da anni avrebbe iniziato quella sera stessa pur di levarsi d’impaccio.

“Quindi esistono laureati di serie A e di serie B? Voti che contano di più e di meno? E chi l’ha stabilita esattamente questa classifica? E perché i voti sarebbero così importanti?”

Ero stata colpita da uno sguardo di benevola superiorità, era evidente che io con tutto il mio percorso scolastico compiuto nei tempi, sempre con il massimo dei voti, con il mio centodieci, la lode e la dignità di stampa, con il mio dottorato… della vita non avevo capito proprio nulla.

“Ma no nessuna classifica… certo una laurea in lettere è diversa. E i voti ci dicono molto di una persona” – (“bambina mia” era tra le righe, non era stato pronunciato ma c’era nella frase, lo sentivo) aveva tiepidamente proseguito il medico, con voce strascicata e annoiata, di chi spiega a un bambino recalcitrante per l’ennesima volta la stessa cosa.

“E cosa ci dicono esattamente?” Era evidente che malgrado il mio impeccabile curriculum scolastico ero così ottusa da non riuscire a capire.

“Ci dicono se una persona è costante, se si impegna e se sa stare alle regole…”

Il tempestivo arrivo del conto e l’alzarsi immediato dei commensali mi aveva salvato in tempo dalla rissa in abito da sera.

Tornata a casa con la cena  e tutte le risposte che si agitavano nello stomaco, mi ero messa inevitabilmente a pensare. Solo un paio di anni di lavoro a contatto con la scuola e in particolare con bambini e ragazzi con problematiche di dislessia (e annesse disgrafia e discalculia) e di ADHD (il famoso e già citato disturbo da deficit d’attenzione e impulsività) facevano di me una novellina del settore. Non potevo dare lezioni. Ma mi chiedevo… chissà se il nostro medico da centodieci e lode aveva mai visto da vicino un dislessico o un ADHD e sapeva come ci si sente a non riuscire ad essere “costanti”. A essere un po’”diversi” in classe. A non riuscire a stare in queste famose “regole”. A non riuscire a impegnarsi come gli altri. 

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Quando le lettere si incrociano (fonte Dsa

Lo sapeva, il medico laureato a pieni voti, quanto è bassa l’autostima in un bambino dislessico o ADHD? Quando avevo chiesto al mio gruppo di ragazzi delle medie, composto solo da DSA e ADHD, di dirmi ognuno una qualità avevo ottenuto un raggelante silenzio.

“Io non ho qualità”

“Io scrivo da schifo”

“Io leggo male e gli altri ridono”

E poi ancora un lungo silenzio. Mi erano venuti i brividi.

“Secondo voi”, avevo chiesto, “perché è così difficile dirmi una vostra qualità”?

Di nuovo un lungo silenzio.

“Perché tutti ci fanno sempre notare che non siamo capaci, che non siamo come gli altri”.

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Bollati in quanto “diversi” (fonte Castello di carta)

Caro medico-a-pieni-voti, lo sai tu cosa significa vedere le lettere che si intrecciano mentre cerchi di leggere ad alta voce e i compagni ridacchiano? Lo sai cosa significa essere presi in giro dai compagni perché “tanto tu hai la verifica più facile e più breve”? Lo sai cosa significa sforzarsi di scrivere i compiti mentre l’insegnante detta veloce nel caos della fine dell’ora e i numeri delle pagine si incrociano con quelli degli esercizi? Lo sai cosa significa non riuscire a stare in quel minuscolo banco e sentirti sgridare perché chiedi di andare a temperare una matita per sgranchirti? Sai cosa significa vedere le idee sfuggire, come sabbia tra le mani, mentre cerchi di esporle? Sai cosa significa vedere l’insegnante che si spazientisce perché tu ci metti un po’più tempo dei tuoi compagni a esprimere un concetto? Sai cosa significa essere sballottato per anni tra un neuropsichiatra e uno psicologo che ti sottopongono a tonnellate di test per poi dirti che forse ti devono dare un medicinale, così ti calmi un po’?

Caro medico, non intendo citarti la quantità di scienziati, musicisti, premi Nobel e imprenditori di successo che a scuola non ce l’hanno fatta col massimo dei voti o nei tempi giusti. Sarebbe banale. Gente che, nelle tue parole, non sa stare alle regole e non è costante, ha dimostrato che il mondo cambia proprio se alcune regole si rompono.

La vita, caro il mio medico-a-pieni-voti, ha mille sfaccettature che, malgrado i magnifici voti in anatomia, non sei stato in grado di cogliere e i voti, di una persona, non dicono proprio nulla. I tuoi pieni voti, infatti, sono vuoti di significato.

E allora tra tanti voti che hai preso, oggi te ne suggerisco io uno, citando i miei amati film.

Il voto del silenzio.

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Tra tanti voti, ne manca uno. (Fonte Scarlettwoman)