Il sorpasso

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Lo storico film di Dino Risi, Il sorpasso (Fonte criterion)

Non so come sia cominciata.

Forse l’ambizione, forse una certa arroganza. Forse semplicemente la competitività innata. Un giorno mi ero messa a cucinare.

Niente di così sconvolgente, obietterà il lettore. Infatti, ma la sottoscritta vanta un’iscrizione pluridecennale al club degli scansafatiche in cucina e una laurea honoris causa in Esegesi dei surgelati. Sono una persona per cui l’unico tatuaggio potrebbe essere “se-lo-ha-cucinato-qualcuno-va-meglio”. Quindi per me era effettivamente qualcosa di sbalorditivo.

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Un master in marmellatologia? Proprio quello che mi serve! (Fonte donnamoderna.com)

Forte del nomignolo “l’inarrestabile”, che mi aveva affibbiato mio padre all’Università, con una determinazione d’acciaio -un po’ridicola se applicata alla cucina – mi ero cimentata in una serie di ricette. Non erano complicate, mi bastava qualcosa in grado di colpire il mio uditorio. Armata di sorriso modesto dicevo cose tipo “Oh, compri ancora il burro? Io lo faccio in casa, lo trovo più delicato come sapore”.

E così, come nello storico film di Risi, sfrecciavo a tutta velocità e a tutta arroganza sulla mia corsia di sorpasso. Una ricetta dopo l’altra. Il burro, il pane, la marmellata, la conserva di pomodoro, la pappa al pomodoro, la soupe à l’oignon (“è meglio cercare la ricetta in francese, la versione italiana non rende bene, viene troppo pesante”).

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La celebre soupe à l’oignon (Fonte French country food)

Ambiziosa, determinata, stanca morta di questa battaglia immaginaria, ricaricavo le energie ogni volta che qualcuno si stupiva e mi guardava con ammirazione. Come nel film, ogni volta ripartivo, aumentando la velocità, determinata al sorpasso.

Poi una sera qualcuno aveva dichiarato a cena “Sai, una volta ho mangiato una torta alla rosa guarnita con i petali di rosa candita, una cosa deliziosa.”

Mi erano cadute le posate di mano. E con loro era caduta anche la mia maschera di chef. C’era qualcuno nel mondo reale che CANDIVA I PETALI DI ROSA???

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La torta della discordia (Fonte Lottovolante)

A chi volevo darla a bere? Ero riuscita a buttare quattro cipolle in pentola e a tirarne fuori una zuppa mangiabile ma non sarei mai riuscita a candire una rosa! Non sapevo nemmeno che si mangiassero i petali di rosa canditi!

Dalla corsia di sorpasso mi ero ritrovata bruscamente in corsia di emergenza con le quattro frecce e l’autostima in panne.

  • Torta di rose candite eh? – Chiara rifletteva ad alta voce.
  • … ti rendi conto?
  • Mah, con i pesticidi che ci sono in giro mi sembra un’ottima idea. Se mi dai la ricetta me la appunto per farla assaggiare a mia suocera…
  • Scema.
  • Va bene, va bene, hai scoperto che nel mondo c’è gente che fa le rose candite, e quindi? Pensi di fare Harakiri secondo la tradizione giapponese?
  • Vedi è che io mi sento come in quella puntata di Sex and the City… – attaccai.
  • Ecco, io lo sapevo che c’è una puntata di Sex and the City per ogni evento della nostra vita. Avanti, cosa succede nella puntata? Qualcuno muore per una rosa candita?
  • Scusa, così sarebbe una puntata di NCIS o di Criminal minds, non di Sex and the City.
  • Giusto, deformazione professionale. Quindi??????
  • Carrie, la protagonista, è gelosa della nuova fiamma di mr. Big, una top model giovane e bellissima…

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    Top model sì, ma non così perfetta. (Fonte Buzzfeed)
  • … che fa torte di rose candite? Dalle torto….
  • No! Che sembra sempre perfetta in ogni occasione, che sembra esistere solo per farla sentire inferiore…
  • Non ti seguo, ma vai avanti.
  • Finché le arriva uno schiaffone morale perché questa top model la invita ad una cena di beneficienza ma poi non si presenta….
  • E ci credo, a forza di candire rose avrà un brutto esaurimento…
  • … però le manda un biglietto di ringraziamento per essere intervenuta alla serata.
  • Ecco, ora mi sono definitivamente persa.
  • MA… qui arriva il bello!
  • Non tenermi sulle spine, troppa suspense nuoce alle mie coronarie.
  • Il biglietto contiene un errore di grammatica e la protagonista commenta che nemmeno la top model è così perfetta come sembra!
  • OOOOOH CHE SORPRESA! Quindi, vuoi dirmi se il canditore di rose (o la canditrice) dopo la sua impresa, avesse inscatolato le suddette con la scritta “ROSSE CANDITTE” oppure “POSE CONDITE” ti sentiresti meglio?

Ci pensai per un istante.

  • No, in effetti no.
  • Bene, il soggetto mantiene una parziale lucidità mentale.
  • Non sei consolante.
  • Amica, benvenuta nel mondo. Volevamo tutti essere una top model di Victoria’s Secrets, Perry Mason, Carlo Cracco. Ma siamo UMANI!! Metterti in corsia di sorpasso con il mondo non è normale! Non lo è nemmeno citare puntate di Sex and the City per ogni evento della propria vita, ma tralascerò questo dettaglio. Voglio dire, sei passata dai surgelati alle crostate con la pasta frolla -fatta in casa – e la marmellata – fatta in casa – non ti basta?

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    Un’indimenticabile Bette Midler in “The Stepford Wives” (Fonte Pinterest)

Chiara fece una pausa.

  • Non sei uno stupido robot!!

D’un tratto la sua frase mi catapultò nel passato. Avevo preso un brutto voto a scuola e piagnucolavo, dispiaciuta di aver incrinato la mia “perfezione” scolastica.

  • Sono molto contenta, sai?

Al telefono la voce lenta e pacata della mamma di Chiara aveva fermato le mie lacrime. Rimasi in silenzio ad ascoltarla.

  • Sono contenta perché solo i robot non sbagliano. Allora non sei un robot. Bene, perché a me i robot non stanno affatto simpatici.

Rimasi con il fazzoletto in mano. Per la prima volta nella vita mi sentivo accettata per quello che ero e la tensione verso la perfezione si era smorzata.

  • Senti Carrie Bradshaw,  questo caffè me lo fai?

La voce di Chiara, calma e pacata come quella di sua madre, mi riportò alla realtà.

  • Subito!
  • Hai raccolto i chicchi a mano in Brasile, li hai essiccati, tostati e macinati a mano?
  • No, ho quasi dato fuoco alla moka, ho bruciacchiato il guantone e abbrustolito mezza cucina.
  • In tal caso ne prenderò due tazze, grazie.

Per la seconda volta nella mia vita sentii di potermi forse rilassare.

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Cruel summer. Ovvero l’estate delle aspettative tradite.

Doveva essere iniziato tutto quando la mia amica Pi (metto una sigla così Chiara non mi sgrida dicendo che rendo le mie amiche riconoscibili) ed io ci eravamo incontrate per sognare ad occhi aperti la nostra estate in barca a vela.

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aspettative e realtà (Fonte Pinterest)

Sulle note della mia amata “Cruel summer”, rapidamente diventata suoneria dei rispettivi cellulari, ci eravamo immaginate come le ragazze di un video girato a Ibiza: il vento nei capelli, i costumi sfavillanti, un bicchiere di vino in mano e via a veleggiare verso isole dai nomi impronunciabili e mari cristallini. L’aspettativa era decisamente eccessiva, io avevo imprudentemente sorvolato sui miei problemi relativi agli oggetti semoventi. non biasimatemi, stridevano un po’con il sogno.

Per il mese di luglio la visione si era rapidamente trasformata: sulla barca a vela non saltellavamo Pi ed io, di saltellante c’erano solo tre guarnizioni e due pistoni del motore. La messa in piega perfetta era stata sostituita da tre valvole piegate. Al gruppo di amici sorridenti si erano sostituiti tre burberi meccanici del tutto privi di sex appeal. Al capitano, col fascino di Sean Connery in “Caccia a Ottobre rosso”, si era sostituito un uomo distrutto che, come regalo di compleanno, aveva ricevuto una lista di conti da pagare lunga come l’elenco telefonico di Milano nei primi anni ’90.

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Capitani coraggiosi o uomini distrutti? (Fonte: Cinemamente)

Non fa nulla, ci eravamo dette. Il mare ci aspettava comunque. Poi non so cosa era andato storto ma anziché fare faville nei locali alla moda e fulminare con sguardo accattivante i surfisti, il motore del gommone che doveva trasportarci di baia in baia aveva preso fuoco e la lavastoviglie della casa al mare aveva un fusibile fulminato.

Una riflessione era d’obbligo.

Sì, potevamo forse definirla un’estate parecchio sfortunata come inizio, ma il sole e il mare non ci mancavano. Quando a causa di tutti i cataclismi mi ritrovai con la mia impeccabile tenuta da marinaretta (maglietta a righe, shorts bianchi e mocassini di tela) tra le montagne austriache con 14 gradi, mostrai qualche perplessità. C’era qualcosa di crudele in questa estate. La suoneria del cellulare si era rivelata predittiva.

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Dove ho sbagliato? (Fonte: Pinterest )

Il culmine lo raggiunsi quando, alla fine della vacanza, mi trovai “imprigionata” per un corso in un paese da cento anime, tra salite inerpicanti e discese ripidissime.

Niente brindisi in barca a vela, solo la sottoscritta che, munita di ipod, arrancava sotto un sole rovente per un cammino ideale da percorrere a dorso di mulo – se non siete voi il mulo.

Le amiche – lontane, beate loro – mi incoraggiavano.

“Camminare non è un problema per te, sei abituata a Milano!”

Certo. A Milano però l’asfalto è stato steso in piano e non come qui, con dislivelli di 200 metri ogni 200 passi. A Milano ci sono negozi, locali e fermate della metropolitana. Per una persona priva di senso dell’orientamento e dotata di memoria puramente visiva come la sottoscritta, i tre giorni si rivelarono un incubo. Mi orientavo con muri colorati, cani che abbaiano, filari di viti e piantagioni di aglio (i villici avevano certamente sventato il pericolo di vampiri… e anche di troppi esseri umani).

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Ma perché io? (Fonte: Costalissoio)

Il giorno in cui una signora della via principale decise di raccogliere dei particolari fiori gialli del suo giardino, quelli che indicavano dove dovevo girare, sbagliai strada. Mi fermai accanto ad una statua con sguardo smarrito. La statua sacra levava gli occhi al cielo e mostrava i palmi delle mani come a dire “Si può sapere come hai fatto a perderti qui?”.

Le lanciai uno sguardo di riprovazione pensando che almeno lei una indicazione avrebbe potuto darmela, di grazia.

Mentre strisciavo cercando di riportarmi sulla strada principale, evidentemente priva di esseri umani o auto, il mio ipod ironizzava suonando “Isn’it romantic”. Rimproverai mentalmente Tony Bennet, chiedendogli cosa ci poteva essere di romantico nella visione della sottoscritta stanca e sudata, alla quale mancava solo la gerla per essere un perfetto mulo da soma.

Mi fermai di colpo: che ne era della ragazza in bikini che sorseggia vino a bordo di un’elegante barca a vela??

A pensarci bene la mia aspettativa era un tantino eccessiva. Era risaputo presso amici e parenti che qualunque oggetto semovente non strettamente radicato a terra costituiva un serio problema per il mio stomaco e per chiunque mi stesse accanto.

Forse erano le aspettative il vero problema dell’estate.

Mi ricordai allora di una mia corsista che mi aveva raccontato come avesse appreso il vero significato del “qui e ora” da sua figlia, di anni quattro. Preparavano insieme le valigie e, mentre la madre pensava al mare, lei canticchiava una canzoncina sulla bellezza di fare le valigie per partire. Conclusa la vacanza, in auto, mentre tutti pensavano al ritorno e al lavoro, lei aveva intonato una canzoncina sulla bellezza di tornare alla propria casa.

Durante i miei tre giorni di corso un maestro aveva appunto detto “il vero ritiro è non avere aspettative”.

Le sue parole mi accompagnavano nel viaggio di ritorno. Rientrata a casa scesi gli scalini per entrare in salotto mentre il mio ipod ironizzava nuovamente con il sottofondo di “Hello, Dolly”. Non ero esattamente Barbra Streisand nel suo ingresso trionfale da Maxim’s a Parigi, sembravo più che altro il solito mulo da soma pallido, sudato e carico di bagagli. Anziché salutare i camerieri di Maxim’s uno ad uno, io salutai le ragnatele di polvere, l’argenteria ossidata e le piante moribonde (altra aspettativa tradita, lo stupido sistema di irrigazione non aveva funzionato).

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Tra aspettative e realtà (Fonte: Sky )

Anziché interloquire con Louis Armstrong e i camerieri di Maxim’s, ne parlai con Chiara.

  • Te l’avevo detto che le vacanze stancano da morire.
  • Che ne sai tu? L’ultima volta che hai fatto vacanza in edicola vendevano ancora il Corrierino dei Piccoli.
  • Cretina. Troppi spostamenti, bagagli e aspettative deluse. E poi vuoi sapere una cosa?
  • Parlami, ti prego, maestro.
  • La barca a vela oscilla troppo per i miei gusti.

Fummo interrotte dal cellulare.

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Una canzone per ogni stagione (Fonte: MTV)

 

  • Cos’è sta lagna?
  • La mia nuova suoneria.
  • Che canzone è?
  • Estate, di Bruno Martino.
  • Chi???? E che dice?
  • “Odio l’estate.”

Tu come stai?

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Capelli inquietanti e cani sullo sfondo (Fonte: http://Discografia.dds.it)

– Mi ha scritto Claudia…

– Che carina, che dice?

– Mi chiede come sto.

– Ah, gentile.

– Non saprei cosa risponderle… cioè, come sto.. sto bene, no?

Le conversazioni con Chiara non erano mai semplici. Me lo sentivo anche quella sera, mentre guardavo, non ricambiata, i rotolini di riso e salmone.

Il sushi nel piatto non aveva risposte, a quanto pare. Il cane russava in sottofondo.

– Non saprei, come stai?

– Te l’ho chiesto prima io.

– Che pignola. Stai bene?

– Non ci siamo capiti allora. Uno sta più o meno sempre bene, no?

– Io no, ho mal di stomaco. Sono stanca. E non dormo.

– Ok, ma non puoi ammorbare il prossimo così!!!

– Ma Claudia è un’amica, potrò dire come sto almeno alle amiche, no??

– Ma uno a queste domande non dovrebbe rispondere con un “bene-grazie-e-tu”?

– Non a Claudia. Claudia vuole davvero sapere come stai. Credo che la vera domanda sia.. tu lo sai come stai?

– Io sto sempre bene.

– Buon per te. Io mi lagno di continuo. Se qualcuno mi chiedesse se ho qualche hobby dovrei rispondere “lagnarmi”.

– Cosa significa, anche io sono sommersa di lavoro, ho mille preoccupazioni, sono perennemente stanca e ho una fastidiosa emicrania.

– E perché non lo dici?

– Perché dovrebbe interessare a qualcuno?

– Beh a me fa piacere saperlo. Mal comune…

– Mal comune… non risolvo i miei problemi se li dico.

– Tu con i proverbi non te la cavi, eh? Io penso che il punto sia un altro. Quanto spesso ci chiediamo come stiamo? Come ci fa stare una cosa?

– Tipo?

– Un qualsiasi evento. Una rispostaccia da un cliente, una frase acida da un genitore, una critica  da un’amica…

– E perché soffermarsi su queste piccole cose?

– Perché noi trascuriamo noi stessi e i nostri sentimenti. Spesso abbiamo la tendenza a far finta di niente su un sacco di eventi…

– Ma non ti puoi arrabbiare per tutto! Se no sai che mal di stomaco!

– No, io parlo solo di soffermarsi e dirsi… quando questa persona mi dice questa cosa o fa questa cosa, io come mi sento?

– E che utilità ha tutto questo?

– Ti faccio un esempio: sto leggendo un libro. La protagonista ha un figlio inutile, un marito al quale bisognerebbe sparare con una palla di cannone a pagina due, un’amica che esiste solo per criticarla e un amante che esiste solo per darle fastidio.

– Ho sempre pensato che gli amanti fossero un’inutile complicazione, questo me lo conferma.

– Sì, mi stupisce solo come lei riesca a passare sopra queste cose. Cioè, questo marito che gli fai il polpettone e si lagna perché non hai fatto il puré…

– Dovremmo mandartelo in riabilitazione a casa, dopo una settimana di tortellini e brodo di dado tornerebbe grato all’ovile!

– Che simpatia… dicevo, il marito rompe, l’amante sposa un’altra, l’amica sta sempre lì a rinfacciarle che ha molto da fare e io mi chiedevo…

– Perché non fa una strage?

– No, fa la segretaria di un avvocato la protagonista, sa cosa rischia…

– Con un marito così, punterei sulla semi-infermità.

– Mi chiedevo… ma se si chiedesse ogni cinque minuti “io come sto”… non lascerebbe il marito, manderebbe al diavolo l’amante e direbbe all’amica che tutto è fuorché un’amica???

– Vabbè, ma quello è un romanzo…

– E nella vita reale? Se ci chiedessimo più spesso come stiamo?

– Tu mi fai paura…

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Battiato e i suoi mantra  (Fonte Ghiandolapineale)

– Se diventasse un mantra… voglio dire, l’altra sera sentivo un’intervista a Franco Battiato e lui raccontava di un maestro che si è illuminato recitando semplicemente il mantra “io sono”…

– Dì al tuo amico Battiato se vuole venire a illuminarsi pulendo le zampate che il mio cane lascia in giro dopo aver bevuto dalla ciotola!

– No, guarda, per prima cosa gli farei vedere la pila di bucato che ho da stirare…

– Il tuo mantra è “io stiro”. Speri anche tu di illuminarti? Che ne dice Battiato? Funziona?

– E se il mantra diventasse “Tu come stai?”

– “Tu come viiiiiivi? Come ti troooovi? Chi viene a preeeenderti?”

Il cane di Chiara comincia ad abbaiare, visibilmente infastidito dalla canzone di Baglioni.

Io la guardo con aria supplice.

– Vedi??? “Anche il mio cane si fa forte. E abbaia alla malinconia. ” è come dice Baglioni! Altro che Battiato e i suoi mantra!

Dovevo ricordarmi che è innamorata pazza di Baglioni.

– Shhhhht! Non nominare Battiato che perdiamo un sacco di lettori se ne parliamo male!

– E tu non toccarmi Baglioni.

– Va bene. Comunque credo che il tuo cane abbia più che altro fame…

– E quando mai, quello ha sempre fame, il suo mantra è “mangiamoci sopra un biscotto”.

– Qui pare che ognuno abbia un mantra… ma nessuno si chiede mai come sta…

– Se lo chiedessi al mio cane ti direbbe “Fame!”Tra un mantra e l’altro non hai risposto alla mia domanda! Quindi tra Battiato e Baglioni cosa rispondo a Claudia?

– “Tu come stai? Domanda inutile, stai come me.”

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E come stai? Domanda inutile. (Fonte: Digilander)

– Cretina.

E ci scappa da ridere.

Noi non siamo i nostri voti

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Noi non siamo i nostri voti (fonte 27esima ora)

Non so, quella sera, se mi sono dimostrata calma e pacata per un atteggiamento mindful, di consapevolezza, o semplicemente perché l’abito da sera che indossavo poco si prestava alla rissa. Si stava chiacchierando di niente quando un medico attempato, ma non abbastanza da andare incontro al degrado cognitivo che talvolta può sopraggiungere, se ne uscì con un’affermazione che mi lasciò a bocca aperta.

“I voti dicono molto di una persona. Andare bene a scuola è importante.”

Non aveva nemmeno avuto la bontà di aggiungere un “secondo me”, ce l’aveva servita in tavola, questa verità, insieme ai ravioli di faraona, come se fosse assoluta e innegabile. Avevo cominciato a muovere nervosamente i piedi.

“In che senso, mi scusi?”A tavola i commensali si erano opportunamente estraniati dalla discussione, chi prevedendo l’andazzo, chi per disinteresse, chi, evidentemente, per familiarità col soggetto.

“Beh, è importante ad esempio laurearsi nei tempi e con voti alti.”

“Importante per chi, esattamente?”

Era intervenuto un commensale.

“E’ indice di bravura! Il nostro dottore, ad esempio, è riuscito a laurearsi nei tempi con un magnifico centodieci – mentre io – aveva chinato il capo con finta modestia– solo con un modesto cento otto”

“Che in medicina – aveva ribattuto il medico attempato – è un ottimo voto!”

Si erano scambiati un sorriso di intesa.

Io cominciavo a muovere le gambe sempre più nervosamente sotto il tavolo, impacciata dalla lunga gonna e dai tacchi alti.

“Dunque, c’è anche una classifica di lauree in cui i voti valgono di più o di meno?”
“Beh, non si può paragonare una laurea in medicina ad una in lettere…”

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L’importanza dei voti (fonte Io donna)

Il mio vicino di tavola si era alzato per andare a fumare. Penso che se non avesse fumato da anni avrebbe iniziato quella sera stessa pur di levarsi d’impaccio.

“Quindi esistono laureati di serie A e di serie B? Voti che contano di più e di meno? E chi l’ha stabilita esattamente questa classifica? E perché i voti sarebbero così importanti?”

Ero stata colpita da uno sguardo di benevola superiorità, era evidente che io con tutto il mio percorso scolastico compiuto nei tempi, sempre con il massimo dei voti, con il mio centodieci, la lode e la dignità di stampa, con il mio dottorato… della vita non avevo capito proprio nulla.

“Ma no nessuna classifica… certo una laurea in lettere è diversa. E i voti ci dicono molto di una persona” – (“bambina mia” era tra le righe, non era stato pronunciato ma c’era nella frase, lo sentivo) aveva tiepidamente proseguito il medico, con voce strascicata e annoiata, di chi spiega a un bambino recalcitrante per l’ennesima volta la stessa cosa.

“E cosa ci dicono esattamente?” Era evidente che malgrado il mio impeccabile curriculum scolastico ero così ottusa da non riuscire a capire.

“Ci dicono se una persona è costante, se si impegna e se sa stare alle regole…”

Il tempestivo arrivo del conto e l’alzarsi immediato dei commensali mi aveva salvato in tempo dalla rissa in abito da sera.

Tornata a casa con la cena  e tutte le risposte che si agitavano nello stomaco, mi ero messa inevitabilmente a pensare. Solo un paio di anni di lavoro a contatto con la scuola e in particolare con bambini e ragazzi con problematiche di dislessia (e annesse disgrafia e discalculia) e di ADHD (il famoso e già citato disturbo da deficit d’attenzione e impulsività) facevano di me una novellina del settore. Non potevo dare lezioni. Ma mi chiedevo… chissà se il nostro medico da centodieci e lode aveva mai visto da vicino un dislessico o un ADHD e sapeva come ci si sente a non riuscire ad essere “costanti”. A essere un po’”diversi” in classe. A non riuscire a stare in queste famose “regole”. A non riuscire a impegnarsi come gli altri. 

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Quando le lettere si incrociano (fonte Dsa

Lo sapeva, il medico laureato a pieni voti, quanto è bassa l’autostima in un bambino dislessico o ADHD? Quando avevo chiesto al mio gruppo di ragazzi delle medie, composto solo da DSA e ADHD, di dirmi ognuno una qualità avevo ottenuto un raggelante silenzio.

“Io non ho qualità”

“Io scrivo da schifo”

“Io leggo male e gli altri ridono”

E poi ancora un lungo silenzio. Mi erano venuti i brividi.

“Secondo voi”, avevo chiesto, “perché è così difficile dirmi una vostra qualità”?

Di nuovo un lungo silenzio.

“Perché tutti ci fanno sempre notare che non siamo capaci, che non siamo come gli altri”.

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Bollati in quanto “diversi” (fonte Castello di carta)

Caro medico-a-pieni-voti, lo sai tu cosa significa vedere le lettere che si intrecciano mentre cerchi di leggere ad alta voce e i compagni ridacchiano? Lo sai cosa significa essere presi in giro dai compagni perché “tanto tu hai la verifica più facile e più breve”? Lo sai cosa significa sforzarsi di scrivere i compiti mentre l’insegnante detta veloce nel caos della fine dell’ora e i numeri delle pagine si incrociano con quelli degli esercizi? Lo sai cosa significa non riuscire a stare in quel minuscolo banco e sentirti sgridare perché chiedi di andare a temperare una matita per sgranchirti? Sai cosa significa vedere le idee sfuggire, come sabbia tra le mani, mentre cerchi di esporle? Sai cosa significa vedere l’insegnante che si spazientisce perché tu ci metti un po’più tempo dei tuoi compagni a esprimere un concetto? Sai cosa significa essere sballottato per anni tra un neuropsichiatra e uno psicologo che ti sottopongono a tonnellate di test per poi dirti che forse ti devono dare un medicinale, così ti calmi un po’?

Caro medico, non intendo citarti la quantità di scienziati, musicisti, premi Nobel e imprenditori di successo che a scuola non ce l’hanno fatta col massimo dei voti o nei tempi giusti. Sarebbe banale. Gente che, nelle tue parole, non sa stare alle regole e non è costante, ha dimostrato che il mondo cambia proprio se alcune regole si rompono.

La vita, caro il mio medico-a-pieni-voti, ha mille sfaccettature che, malgrado i magnifici voti in anatomia, non sei stato in grado di cogliere e i voti, di una persona, non dicono proprio nulla. I tuoi pieni voti, infatti, sono vuoti di significato.

E allora tra tanti voti che hai preso, oggi te ne suggerisco io uno, citando i miei amati film.

Il voto del silenzio.

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Tra tanti voti, ne manca uno. (Fonte Scarlettwoman)

La verità mi fa male?

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La verità mi fa male? (Fonte Gocce di note)

Era iniziato tutto quando uno dei bimbi che seguiva il corso di mindfulness – d’ora in poi, affettuosamente, “nani” – aveva commentato: “Maestra, tu sei sempre calma”.

Mi ero istintivamente voltata. Con chi parlava il nano?

“TU maestra.” mi aveva detto il nano puntando un ditino sporco di cioccolata sull’ennesimo paio di jeans che avrei buttato a lavare dopo soli 45 minuti dall’averli indossati.

Pensai che fosse una frase carina, detta così, per consolare questa “maestra strana”, che entrava settimanalmente in classe per lavorare sul respiro e sui pensieri.

Poi però fu una ragazzina con cui lavoravo nel doposcuola, ben più grande e con un’attitudine meno affettuosa, a commentare che ero un tipo molto calmo.

Un amico osservò, acidamente, che io dovevo essere calma per contratto, anche se non lo ero. Dovevo fingermi calma, insomma.

E d’un tratto mi riportai ad un’animata discussione serale sull’importanza di essere onesti. Non il lavoro di Wilde, no, una certa idea che era emersa sul finire di una cena, secondo la quale dovremmo essere sempre onesti. Mi ero opposta strenuamente a questa ipotesi, perdendo forse la mia leggendaria flemma, perché io all’onestà tout court non credo assolutamente.

“E le maschere sul lavoro? Che mi dite delle maschere che ci mettiamo quando siamo al lavoro?”

“Quelle non sono maschere, al lavoro fornisci una mera prestazione”

Ripensai ai nani. Mera prestazione?

“Ma la fornirai tu! Io non mi porto la tristezza o il mal di stomaco dai miei nani!”

“Non c’entra. Il lavoro è lavoro, non si mettono maschere. Siamo pagati per fornire una prestazione, non per essere sorridenti. E siamo onesti quindi.”

Mi immaginai per un istante il mondo del lavoro senza maschere.

Nutrizioniste con i pazienti: “Ehi palla di lardo, hai finito con la saga del colesterolo? Guarda che se continui così quando ammazziamo il vitello grasso ti chiamiamo.”

Parrucchieri all’opera: “No, signora, non è il taglio che è sbagliato, è la sua faccia che è un Picasso.”

Professori ai colloqui: “Signora, il problema di suo figlio non è la disattenzione, è lei che è stupida.”

Un istante di brivido. La prima maschera la indossavamo ogni giorno sul lavoro.

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Chi siamo realmente? (Fonte Orizzonte 48)

“E nella vita sociale?”

“Ma di che maschera parli?”

“Cene, aperitivi, clienti… quelle cose lì”

“Io sono sempre onesto, in tutte le occasioni.”

Di nuovo la mia testa vagava. Cene, aperitivi, occasioni sociali. Se fossimo stati senza alcuna maschera…

“Tesoro, ho un’insonnia che non puoi capire, posso sedermi accanto a tuo marito a cena? Ho bisogno di qualcosa di forte per dormire.”

“Che cena deliziosa! Hai usato l’acqua Mar Morto per fare il brodo?”

“Ma che bello, hai portato tua moglie a cena! E la museruola dov’è?”

Un altro brivido.
Sono convinta che si debba cercare l’onestà. Ma sono altrettanto convinta che ci siano maschere che mettiamo continuamente.

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“Un’altra donna” (Woody Allen) e le maschere quotidiane. (Fonte Worldscinema)

Forse moderiamo la nostra onestà, non ci lanceremo in ululati di gioia per qualcosa che ci disgusta profondamente. Ma non siamo perennemente onesti.

Forse qualcuno si scoccia di chiamarle maschere. Ma non dire una cosa, è una maschera o no?

Ai bambini sembravo calma anche se ero preoccupata da mille cose. Era una maschera, era una prestazione lavorativa o un contenimento? Era il mio lavoro essere calma? Fingevo? Mi moderavo?

Avrei voluto trovare la parola giusta.

E poi mi chiedevo, ma la verità fa così bene? Ripensai al film Florence, in cui la protagonista muore per un “eccesso di verità”. Ma quale verità poi, se ognuno ha la sua?

Diciamo la verità per fare il bene del prossimo, ma siamo sicuri di sapere il suo bene? Se il nostro è solo un punto di vista sulla verità, perché esprimerlo? Cosa ne sappiamo noi del bene degli altri?

In un corso avevamo parlato di “La banalità del male” di Hannah Arendt. A volte basta essere inconsapevoli per fare del male. Altre volte basta essere convinti di sapere cosa è il bene. Per l’altro. Quando diciamo una verità, la nostra verità, perché lo facciamo? Per essere onesti con noi stessi? Con gli altri? E se questa onestà facesse male a qualcuno, e noi ne fossimo consapevoli, dovremmo lo stesso utilizzarla?

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Il piacere dell’Onestà (Fonte Anobii)

Il dubbio, il dilemma tra vero e falso e il tema delle maschere, mi riportavano a Pirandello.

“Gli uomini non sono che maschere di una festa senza felicità” scrive Vigorelli in “La scoperta dell’uomo”. “

“Maestra…”

Un ditino sporco di marmellata puntava il mio nuovo (per poco) paio di jeans.

“Tu per Carnevale ti sei messa la maschera?”

Prima di rispondere mi chiesi… conoscevo ancora”Il piacere dell’onestà”?

La rosa purpurea del Cairo

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Fonte Woody-Allen.org

– La posso chiamare maestro?

– Maestro? Ma maestro di cosa?

– Ma non saprei, di vita forse…

– Gesù, non saprei proprio… non vorrei sembrarti scaramantico, ma per voi cattolici i maestri in genere non superano i 33 anni… cioè, è vero ecco che io li ho superati, però è anche vero che talvolta non mi sento tanto bene…

– Ho visto un film che mi ha fatto riflettere. E volevo parlarne con lei.

– Beh questo mi fa piacere, buon per te, voglio dire chissà quanto tempo libero, insomma…

– Il film è La rosa purpurea del Cairo.

– Oh sì, uno dei miei preferiti.

– Ecco. Io ogni tanto mi chiedo cosa sia vero e cosa finto. Forse tanto varrebbe entrare in una pellicola come la protagonista e viverci dentro.

– Gesù… e bere champagne che in realtà è gazzosa? Usare soldi di carta finti?

– Sì. E cenare al Copacabana tutte le sere.

– Recitando sempre lo stesso copione? In una realtà bidimensionale? Ma ragazza mia, perché qualcuno dovrebbe volere una cosa simile? Non mi sembra questo il messaggio del film!

– E allora qual è il messaggio del film?

– Ma io non ne ho la minima idea. Forse il fatto che i film servono solo a sognare, che i sognatori avranno sempre una consolazione?

– Finendo a mantenere mariti fedifraghi e fannulloni? Io non credo sia questo il messaggio.

– Forse hai guardato troppi film e cominci anche tu a cascarci dentro.

– Sì, ma guardi la protagonista… appena cerca di frequentare l’attore, anziché il personaggio, ecco che viene tradita e mollata. Non è meglio vivere nel sogno?

– Con un uomo bidimensionale?

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Uomini e attori (fonte Den of Geek)

– Ma anche, come dice una delle attrici, “un uomo buono, che sarà sempre uguale a se stesso”. Chi non desidera queste qualità alla fine?

– Anche il marito della protagonista sarà sempre uguale a se stesso, non credi?

– E’diverso.

– Oh io non direi! È solo che è scomodo. Ma la finzione non fa che replicare la realtà. Infatti mi stai parlando di un film dentro un film. Di uno scollamento tra persona e personaggio.

– Il che però ci capita tutti giorni. Ognuno è una persona e un personaggio. Quindi che cos’è la finzione?

– Un rifugio per sognatori forse…

– Come in Midnight in Paris?

– Ad esempio… sì, anche se quello ci dimostra che per quanto fingiamo possiamo non essere mai contenti. Ci sarà sempre una finzione più affascinante in cui vorremmo vivere.

– Ma secondo lei è possibile accettare la realtà?

– E –e- lo chiedi a me? Ma si può sapere perché mi fai tutte queste domande?

– Beh… lei è il mio “tutto quello che avreste voluto sapere”!

– Sembri un libro stampato. Anzi sembri un film stampato. Sembri una pellicola impressionata. Mi fai impressione!

– Ad esempio, se una persona ci tradisce, secondo lei, era finta prima e abbiamo scoperto la vera persona? Oppure le persone cambiano?

– Che razza di domanda eh? Ma com’è che parliamo solo di crimini e misfatti? Di amore e guerra? Di mariti e mogli?

– Nulla di simile. A volte ci si può sentire traditi anche dalle amiche.

– E quella è la realtà, mia cara, ci sono un sacco di criminali da strapazzo in giro.

– E torniamo al punto. Come capire ciò che è vero da ciò che è finzione?

– Penso che se non ti metti a vivere nello straordinario, ovvero nei film, tu non possa far altro che vivere nell’intra-ordinario. Nelle cose di tutti i giorni. Nelle più piccole. Altrimenti uno si esilia dalla realtà.

– E lei crede che si possa vedere la vera natura di una persona?

– Io credo che avrò bisogno di parlarne col mio analista. E forse anche tu dovresti parlarne col tuo… anzi potrei darti il numero del mio… è bravo credimi. Ci andava anche la mia ex moglie, voglio dire, prima di sposarlo, insomma… cosa stavi dicendo?

– La natura delle persone…

E qual è la natura delle persone? Voglio dire cosa ti aspetti di scoprire nelle persone?

– Non saprei, l’ho chiesto prima io.

Certo che se ti aspetti che le persone abbiano una natura fissa e qualcosa che varia, la vita diventa difficile. Cioè, io non credo ci sia un nucleo fisso, cristallizzato, credo che ognuno di noi sia tanti pezzi che cambiano continuamente. Siamo pur sempre persone e personaggi. E come tali siamo fatti di accordi e disaccordi.

– Sì, di ombre e nebbia. Ma dai, sembra stia citando una filmografia!

Ombre e nebbia. Questo credo sia la realtà.

– E la finzione allora?

La finzione… basta che funzioni. È il finale Hollywodiano che abbiamo sempre sognato.

– Ci deluderà?

Solo quando ne usciamo.

– Dunque conviene scegliere. O stiamo per sempre nella realtà o scegliamo la finzione. Oscillare tra i due mondi non conviene.

Tanto la realtà la vediamo con un paio di occhiali offuscati. Oppure siamo ciechi alla realtà.

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Fonte Seesound

– E quando siamo ciechi alla realtà la realtà diventa migliore della finzione? Come in Hollywood ending? è questo il suo messaggio, maestro?

Gesù, è mezzanotte, non lo so qual è il messaggio! E smettila di chiamarmi maestro. Mi fai venire l’ansia da resurrezione!

– E come dovrei chiamarla?

Chiamami Woody o signor Allen ma smettila di chiamarmi maestro.

– Lei non si chiama Woody però, si chiama Allan o Heywood da quando ha cambiato! Nemmeno il suo nome è reale!

Oh , ancora con questa storia. Che ne sai tu di realtà che stai qui a fare un’intervista di fantasia?

– Beh, non parliamo di lei che sta qui a rispondermi… vabbé, si è fatto tardi. Andiamo a cena al Copacabana?

Solo se c’è la gazzosa al posto dello champagne però. Non mi trovo tanto a mio agio nella realtà.

– Come tutti, credo.

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Fonte Pinterest